giovedì 5 febbraio 2015

Il partigiano "Fuoco", medaglia d'oro alla memoria

Uno scorcio di Val Nervia visto da Isolabona (IM)

Marco Dino Rossi (
Fuoco) di anni 22 - studente
“Entrava nelle file partigiane distinguendosi per capacità e ardore e partecipando a numerosi, duri combattenti.
Nel corso di queste azioni, alla testa di alcuni commilitoni, incurante del pericolo, si slanciava contro una forte colonna avversaria che aveva travolto un posto avanzato partigiano.
Nell’impari lotta, circondato, resisteva intrepido fino all’ultima cartuccia infliggendo al nemico dure perdite.
Catturato e sottoposto a torture e sevizie, malgrado la promessa di avere salva la vita, nulla rivelava che potesse tradire commilitoni e reparti partigiani.
Condannato a morte, immolava la sua esistenza alla causa della libertà gridando fieramente: “Viva l’Italia!”
Pigna (Imperia), 2 settembre 1944.
Imperia, 10 settembre 1944.

[Questa che precede è la motivazione della medaglia d'oro alla memoria del partigiano Fuoco Marco Dino Rossi]
 
[...] Alla prima voce di allarme, Fuoco [Marco Dino Rossi], inforcata una bicicletta, si diresse verso la caserma.
Fu seguito a circa duecento metri da alcuni suoi uomini. Tra questi ricordo i partigiani Pagasempre [Arnolfo Ravetti, in seguito Capo di Stato Maggiore della V ^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Luigi Nuvoloni" della II^ Divisione "Felice Cascione"], Zena e Muchera di Pigna [(IM)].
Qui cedo la penna a Pagasempre. “Seguimmo Fuoco per dargli man forte. Però i tedeschi si erano appostati nascosti dietro le caserme. Fuoco non li vide e fu bloccato da essi. Nello stesso istante del nostro arrivo sentimmo spari vicinissimi.
Secondo alcuni, Fuoco sarebbe stato ingannato da Radio Londra che annunciava l'arrivo degli inglesi a Ventimiglia [(IM)].
Per questo sarebbe partito. Quindi sarebbe stato catturato non sotto Pigna, ma sotto Isolabona [(IM)].
Comunque da molte interviste fatte, preferisco quella di chi conviene con Pagasempre, sempre vicino a Fuoco. "Non comprendevo la situazione. Ci gettammo a terra, protetti dalla spalletta della strada. Vidi a pochi metri alcuni uomini con la divisa cachi e mi misi a gridare: "Chi siete?, chi siete?" Quelli risposero sparando. Di Fuoco nessuna traccia. Rispondemmo al fuoco, senza però poter mirare. Sparato il caricatore alla cieca, invitati i miei compagni a ritirarsi di corsa, zigzagando. Tale manovra permise a noi di salvarci miracolosamente. I tedeschi continuavano a sparare. Ci gettammo negli orti di Pigna. Prima di ripararmi vidi il buon Muchera di Pigna stramazzare a terra colpito dai tedeschi. Non era però ferito in modo da non potersi muovere. Lo trascinammo dentro gli orti e lo riparammo alla bell'e meglio al coperto di un casolare di campagna. Qui fu più tardi curato dal medico condotto di Pigna. I tedeschi non ci inseguirono più. Erano giunti aiuti da Pigna. I tedeschi rimasero asserragliati tra le mura della caserma ed il cimitero. Si sparò a lungo. Finalmente i tedeschi furono costretti a ritirarsi e lo fecero in modo disordinato. Il [nostro] distaccamento di Castelvittorio [(IM)], accorso agli spari, li attaccò lungo la strada per Isolabona. Erano in posizione alta, favorevole, ed inflissero perdite ai tedeschi."
Pagasempre tace per qualche secondo, assorto nella memoria degli avvenimenti. Compresi il suo dolore ed il suo attaccamento all'amico Fuoco. Se i ragazzi di vedetta avessero in qualche modo dato l'allarme sarebbe stato facilissimo accerchiare il gruppo dei tedeschi e farli prigionieri. Purtroppo però l'attacco improvviso ci aveva disorientati.

Marco Dino Rossi
Fuoco fu portato ad Isolabona.
Fu legato nella piazza vecchia del paese e guardato a vista da ausiliari tedeschi, probabilmente polacchi.
Ottenne da questi di far avere a Pigna un suo biglietto, annunciante il suo arresto e la promessa dei polacchi di aiutare i partigiani, in caso di attacco, per liberarlo.
Il Comando pensò che fosse un tranello.
Si commentò però la possibilità di uno scambio.
Noi non avevamo ufficiali tedeschi prigionieri né avremmo potuto procurarcene, perchè Fuoco fu trasportato ad Imperia.
Fu vano anche l'aiuto dei suoi parenti fascisti.
don Ermando Micheletto *La V^ Brigata d’Assalto Garibaldi “Luigi Nuvoloni (Dal Diario di “Domino nero” - Ermando Micheletto), Edizioni Micheletto, Taggia (IM), 1975
* ... Don Micheletto per tutta la guerra si adoperò per i partigiani, generalmente in contatto con i gruppi di Vitò, che accompagnò spesso nei loro spostamenti. Esplicherà la sua attività specialmente nell'assistenza e per captare messaggi radio. Giovanni Strato, Storia della Resistenza Imperiese (I^ zona Liguria) - Vol. I: La Resistenza nella provincia di Imperia dalle origini a metà giugno 1944, Sabatelli Editore, Savona, 1976
 
Marco Dino Rossi, ufficiale di complemento della GAF, dopo l’8 settembre rimase in zona e tra i primi salì in montagna partecipando alle prime azioni partigiane. Capo di Stato Maggiore della Brigata Nuvoloni, fu uno degli artefici dell’operazione che portò alla distruzione del Ponte degli Erici, lungo la strada tra Isolabona e Pigna, in Val Nervia. Nel corso di un’azione tedesca, volta a risalire la valle per saggiare la resistenza delle difese partigiane, venne catturato mentre accorreva in bicicletta in soccorso dei suoi uomini. Dopo pochi giorni trascorsi nella prigione di Imperia (alcune fonti parlano invece di Sanremo) venne fucilato.
Giorgio Caudano
 
Purtroppo alla difesa della grande conquista democratica rappresentata dalla realtà tangibile ed irripetibile d'una amministrazione popolare [la Repubblica Partigiana di Pigna] in una simile condizione politico-militare è riferibile un grave lutto per la nostra Resistenza: la morte di Marco Dino Rossi (Fuoco).
Mentre in bicicletta percorre la rotabile Pigna-Isolabona è catturato in una imboscata. I suoi compagni, che lo seguivano a circa duecento metri di distanza, nulla possono fare perché i Tedeschi, ben piazzati, aprono un fuoco intensissimo da varie direzioni (7).
Poi, i Tedeschi fuggono per l'arrivo di rinforzi partigiani e portano il loro prigioniero ad Isolabona. I soldati ausiliari polacchi, che lo sorvegliano, gli permettono di inviare un biglietto annunciante la sua cattura e promettono di aiutarlo a fuggire in caso d'attacco dei partigiani. Questi temono un agguato (8). «Fuoco» è condotto al Castello Devachan a Sanremo, dove è interrogato e torturato a lungo. Ma non parla, né tradisce i compagni. Infine, è trasportato ad Imperia dove viene fucilato presso il cimitero di Porto Maurizio.
(7) Nella sparatoria rimane ferito il partigiano Giovanni Borfiga.
(8) Versione del partigiano Arnolfo Giulio Ravetti (Pagasempre).

Carlo Rubaudo
, Storia della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria) - Vol. II. Da giugno ad agosto 1944, edito a cura dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, Imperia, Dominici Editore, 1992, p. 378
 
Fuoco, con i suoi uomini, destinati ad entrare nella caserma, per una migliore riuscita dell’impresa, propose al comando ed ottenne il permesso di andare a Monte Lega, dove vi era in un forte un pezzo di artiglieria 75/27.
Con esso si intendeva bombardare la caserma da Monte Moro in concomitanza con gli attacchi che sarebbero stati effettuati dai vari distaccamenti.
A Monte Lega dopo inauditi sforzi, aiutati da alcuni contadini di Pigna, sul luogo per lavori campestri, i partigiani riuscirono a tirar fuori dalla fortificazione il pezzo di artiglieria.
Si dovette farlo salire sui gradini che dall’entrata giungevano sulla strada. Pesava circa undici quintali.
Ma il cannone, con un ricco corredo di proiettili, mancava di cariche.
Fermati gli uomini a custodia, Fuoco, si avviava di corsa verso Roverino [Frazione di Ventimiglia (IM)], dove sapeva che vi erano molte cariche.
Il tragitto da percorrere era lungo, occorrevano molte ore [...]
Mandare un uomo a vedere significava che avrebbe dovuto assentarsi e che non avrebbe potuto aiutare se fosse stato necessario occultare il cannone.
A toglierli dalla incertezza, verso le ore nove, due contadini tornando dal Toraggio, dove avevano segato il fieno, si avvicinarono a noi di corsa, e gridavano: «I tedeschi, i tedeschi!».
Il cannone lo si poteva considerare perduto. Quanto sudore aveva spremuto agli uomini per toglierlo dalla tana.
Fuoco non era ancora di ritorno. Il guaio era che aveva voluto andare da solo. Se gli fosse capitato un’avventura, sempre possibile in guerra, non si sarebbe potuto sapere nulla. Pochi come erano e per di più in posizione di svantaggio, coprirono in fretta, con rami d’albero e con sterpi il cannone, per occultarlo alla vista dei tedeschi.
Si ritirarono in posizione più sicura.
Ci fu dello scoraggiamento per l’impresa non riuscita. Era quello il primo atto di delusione che si contrapponeva al magnifico progettato attacco alla caserma di Pigna [...] Si seppe qualche giorno dopo che la colonna non aveva intenzioni di lotta contro i partigiani, ma che il trasferimento era dovuto ad una marcia di addestramento per esercitare i nuovi arrivati dalla Germania.
don Ermando Micheletto, Op. cit.
 
[...] Era una postazione di mitragliatrici ad alto potenziale che impediva il libero movimento delle formazioni partigiane. Bisognava distruggerla. Fuoco pensò che questo poteva essere fatto solamente utilizzando un cannone da fortezza piazzato su Cima di Marta. Egli ed i suoi uomini riuscirono a caricarlo sopra un camion e malgrado l'enorme peso e le difficoltà del trasporto in tale impervia zona, priva di una vera strada, riuscirono a trasportarlo da Cima Marta a Carmo Langan [nel territorio di Castelvittorio (IM)], quasi a fondo valle, per potere da quella posizione, piu favorevolmente sparare su Monte Ceppo e contro la casamatta tedesca.
Certo, molto difficile era raggiungere il bersaglio nemico mancando il cannone non solo delle ruote che avrebbero consentito di muoverlo e piazzarlo sul terreno come sarebbe stato necessario, ma anche perché il cannone mancava persino del congegno di puntamento. Ma Fuoco non si perse d'animo e seppe superare ingegnosamente queste difficoltà, che sarebbero sembrate a chiunque insormontabili, e il cannone... fece fuoco. E fece fuoco tanto bene che i suoi colpi presero in pieno la casamatta tedesca e la postazione nemica fu distrutta. Naturalmente il Gruppo di Fuoco dovette abbandonare subito, provvisoriamente, la postazione ed il cannone per ritirarsi sul Passo della Mezzaluna. Poi la guerriglia riprese come prima, più tenace di prima.
Ma questo non è che un episodio, uno dei tanti episodi che possono dare una pallida idea di quanto eroismo, di quanto sacrificio e quale impegno fu sempre necessario ai partigiani per concludere la loro lotta contro gli invasori tedeschi ed i fascisti, per aprire le vie alla Liberazione ed al progresso civile del nostro paese.
Fuoco, ardentemente pensava a questo: voleva questo e per questo si batteva. «Come sarà il nostro domani?» mi domandò un giorno a Carmo Langan. «Sarà come noi saremo capaci di costruirlo», gli risposi. Ma egli non era riuscito nemmeno a vedere l'inizio di questo domani.
Fu nell'agosto del 1944 che Fuoco diede l'esempio più grande, più nobile del suo coraggio, della sua fermezza d'animo, della sua fedeltà agli ideali che coltivava nel profondo della sua coscienza e per i quali ha dato tutto di sé sino all'ultimo minuto della sua vita.
Gli Anglo-Francesi erano sbarcati in Francia e la voce che circolava, sempre più insistente e si propalava con la rapidità del suono in ogni angolo, anche il più lontano, della provincia imperiese, era che gli Anglo-Francesi, entro pochi giorni, avrebbero dilagato sul litorale della Liguria di ponente, investito e liberato (finalmente) Ventimiglia, Sanremo Imperia e via via tutta la Regione.
Vi era persino chi trascinato nell'entusiasmo e dalle ali della speranza, diceva di aver visto truppe alleate oltre il ponte S. Luigi in marcia oltre il confine italiano. Tale voce diveniva tanto più forte perchè veniva suffragata da infondate informazioni trasmesse dalla B.B.C. inglese, raccolte e ritrasmesse da Radio Algeri, le quali radio avevano tutto l'interesse di far credere che tali erano i piani alleati allo scopo di trattenere il massimo di truppe tedesche in questo settore del fronte e richiamarvi anzi se possibile, rinforzi, e mascherare invece, così, i veri piani alleati di investimento delle forze verso il Nord dalla Provenza lungo il Rodano su Lione, per portare un efficace contributo alle forze alleate che stavano per investire Parigi ed il Nord della Francia. Il piano degli alleati non era senza motivazioni strategiche e tattiche, giustificabili; ma ciò si realizzava sacrificando gli obiettivi della battaglia sul fronte italiano e rinviando la liberazione del nostro paese a tempi più lontani.
Tuttavia il Comando della I Zona Liguria, in assenza di chiarezza nella situazione, di incertezza dell'informazione, era molto preoccupato per la piega che prendevano gli avvenimenti e perciò diede precise disposizioni ai Comandi dipendenti e particolarmente a quelli delle zone di frontiera, di assumere notizie di prima mano, controllate e sicure, e di trasmetterle poi rapidamente.
Il Comando della V Brigata incaricò di questo compito Fuoco, di verificare cioè se lo sbarco alleato era avvenuto anche a Mentone e se le truppe alleate si erano effettivamente poste in movimento verso la nostra frontiera. Fuoco partì da Amarixa e il primo settembre [1944] raggiunse alcune località vicino alla frontiera: il giorno 2 si arrestò a Pigna dove prese una bicicletta per raggiungere la costa; ma al Ponte di Bondà, dopo Pigna, egli cadeva in mano ai tedeschi appostati in quella zona. Pertanto a Imperia fu rinchiuso nelle carceri delle S.S.
Qui cominciò il suo calvario. Fu sottoposto per ore ed ore, durante più giorni, a stringenti interrogatori, fu duramente torturato; ma i suoi carnefici non riuscirono a piegare la sua forte fibra, la sua volontà ed il suo strenuo coraggio; l'eroico partigiano non rilevò nulla di ciò che i Tedeschi avrebbero voluto sapere. Dopo otto giorni di inesorabili sofferenze, storicamente sopportate, Fuoco fu portato dinanzi al plotone di esecuzione e fucilato.
La resistenza aveva perduto un eroico, magnifico combattente, l'Italia un grande Italiano, una fibra adamantina, un'alta coscienza politica e civile; noi un fratello che abbiamo amato e non dimenticato.
Chi mai, di quelli che l'hanno conosciuto, potranno dimenticarsi l'espressione dei suoi occhi, la luce che veniva dalla sua mente, la sua fede, la sua speranza e l'indomito coraggio?
Nessuno, credo, di coloro che non hanno dimenticato il perchè di tanto eroismo, lo spirito che ha animato, sino alla fine, tanto cosciente sacrificio, può aver dimenticato l'eroico partigiano «Fuoco».
On. Carlo Farini ("Simon")
Osvaldo Contestabile, La Libera Repubblica di Pigna, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, 1985, pp. 87-89