mercoledì 21 novembre 2018

La difesa partigiana di Rocchetta Nervina

Uno scorcio di Rocchetta Nervina (IM)

... il mese di luglio... si aprì con un rastrellamento tedesco a largo raggio, essenzialmente rivolto verso Rocchetta Nervina (IM), Castelvittorio, Molini di Triora e Langan. 

La difesa di Rocchetta Nervina, che si protrasse dal 1° al 4 luglio 1944, ebbe luogo soprattutto ad opera dell'8° distaccamento della "IX^ Brigata d'assalto Felice Cascione", che da circa una settimana era attestato nel paese.

I tedeschi, venuti a conoscenza di ciò, attaccarono, come ricorda Stefano Carabalona (Leo), così come riportato in C. Rubaudo, Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), vol. II, pag. 48: "sabato 1° luglio 1944 verso le ore 23, quando la batteria tedesca da 100/17, piazzata a nord del cimitero di Camporosso, apriva il fuoco (...). Il giorno successivo trascorse tranquillo, mentre all'alba del lunedì 3 luglio" - continua "Leo" - "i cannoni germanici riaprirono il tiro e per circa due ore una tempesta di ferro e di fuoco si abbatté sul villaggio". 

Cosicché alle ore 8 del medesimo giorno i tedeschi avanzarono verso l'abitato, ma vennero assaliti dai partigiani che li fecero momentaneamente sbandare; tuttavia, il comando tedesco riuscì in poco tempo a riordinare le proprie fila e la battaglia riprese. 

Per alcune ore il combattimento si protrasse con alterne vicende ed alle 12 i nazi-fascisti si ritirarono, accusando la perdita di un centinaio di uomini. 

La difesa del paese venne fiaccata il giorno successivo, 4 luglio '44, ad opera di 800 uomini di truppa che, occupato il paese, lo saccheggiarono. Alla sera rimase sul selciato un ingente numero di vittime.


tratto, p.g.c. dell'autore, Rocco Fava di Sanremo (IM), da "La Resistenza nell'Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e della Storia Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945)" - Tomo I - Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Facoltà di Scienze della Formazione, Corso di Laurea in Pedagogia - Anno Accademico 1998 - 1999



martedì 17 luglio 2018

Stralcio dalla "Missione Flap"


... C. DIVISIONE GARIBALDINI (AREA LIGURIA)

(a) Armi - Molto poco equipaggiati con fucili Italiani, pochi LMG BREDA, granate e molti mortai da 81 mm catturati. A PIGNA il giorno prima di andar via fui informato che ora avevano 5 (vecchi) pezzi da campo da 75 mm (Italiani) in ordine per funzionare (erano stati presi da una vecchia caserma qualche tempo prima) non li vidi in prima persona. Durante il periodo in cui fui in LIGURIA vidi solamente uno STEN. La Divisione aveva poco o niente esplosivo e certamente NON del plastico. Non hanno mai ricevuto un lancio paracadutato. Mi informarono che erano stati avvertiti dal sistema in codice della BBC di aspettarne due, ma che questi non si erano materializzati.

(b) Forza - L'area coperta da questa Divisione è popolata in modo più sparso rispetto all'area piemontese occupata dalla 9° Divisione Garibaldini. LEO che è comandante a PIGNA disse 1,500 - 2,000 ma in questo numero molti sarebbero armati solo di una pistola. La loro posizione è molto simile a quella dei movimenti partigiani un po' dappertutto, cioè: più ci sono ARMI più ci sono PARTIGIANI effettivi. La maggior parte degli uomini disponibili sono con la Divisione ma se disarmati vengono utilizzati come vedette ed altre mansioni simili.

(c) Organizzazione. Ragionevolmente buona in considerazione della mancanza di armi e di contatti con il mondo esterno. La situazione del cibo, essendo la Liguria situata tra le pianure ed il mare, è seria. Gli abitanti delle città di PIAGGIA (PIGGIA nel testo originale), PIGNA e TRIORA stanno vivendo, in gran parte, di patate. Il pane è razionato ad una pagnotta di approssimativamente 300 grammi al giorno. La scarsità di cibo rende difficile l'organizzazione ed il Comandante della Divisione, CURTO, tiene il maggior numero possibile di partigiani sulle colline. L'organizzazione in Piemonte è più facile essendoci maggior disponibilità di cibo. Il Corrispondente di Guerra, Paul Morton, ha portato a Roma una copia di un opuscolo di quattro pagine stampato e distribuito da questa Divisione di Garibaldini che può far più luce sia sulla loro organizzazione sia sulle loro politiche.

(d) Il tempo che passammo al quartier generale di CURTO a PIAGGIA mi fu insufficiente per raccogliere molte impressioni sugli interessi politici. Avevamo terminato una marcia di dieci ore e ci interessammo principalmente a discutere del percorso per uscire in Francia. Molti uomini del quartier generale della Divisione erano certamente molto informati in politica ma il nostro soggiorno fu troppo breve per consentirci l'opportunità di arrivare a qualsiasi conclusione. A PIGNA dove passammo approssimativamente una settimana, posso dire che i Partigiani mostrarono pochi o nessun segnale di un interesse comunista attivo. Né il Comandante militare, Leo, o il Commissario - o ancor più il "Sindaco della Città'', MUSSO, parlò con forte gergo comunista né fece alcun uso della stella rossa coi colori nazionali. Questo gruppo non è certamente Monarchico, ma è piuttosto più Patriottico che altro.

(e) Piani – Affermano che con maggiori armamenti potrebbero scacciare il nemico da VENTIMIGLIA sulla costa a SAN REMO e anche oltre - Questo lo ritengo forse un po’ esagerato;  ciònonostante potrebbero fare ben di più sotto forma di attacchi aggressivi e demolizioni se forniti di materiali.

(f) Risultati. Far riferimento all'opuscolo pubblicato dalla Divisione - Anche le note di Paul Morton. Abbiamo capito che le seguenti operazioni sono state condotte un paio di settimane prima del nostro arrivo a PIGNA.

(a) La liberazione di 300 prigionieri politici dal carcere di SAN REMO. Qui i Partigiani in uniforme Fascista raggiunsero l'ingresso del carcere con un trucco. A quel tempo c'erano molto pochi Tedeschi nella città.


(b) L'imboscata ad un autocarro tedesco che viaggiava tra VENTIMIGLIA e SAN REMO e la cattura di un archivio contenente documenti (circa 100 pagine di testo) e piani relativi ai campi minati (terre minate) sulle spiagge e alle fortificazioni litoranee, alle posizioni delle M.G., al raggio d'azione e ai campi da fuoco ed ai cavi telegrafici lungo la principale strada costiera da SAN REMO ad IMPERIA e lungo la strada IMPERIA - PIEVE. I due ufficiali Tedeschi e gli O.R. (O.R. potrebbe significare other ramks, altri graduati) che viaggiavano sull'autocarro vennero allontanati ed in seguito fucilati. Questi piani sono attualmente a PIGNA e possono essere ottenuti sia dai Comandanti LEO o MUSSO o da GUILDO (sarà GUIDO o GILDO?) LITTARDI all'Albergo Commercio. Noi ritenemmo di portare questo archivio con noi ma in secondo momento pensammo che sarebbe stato protetto solo da Sanremo e quindi era più sicuro lasciarlo nelle mani dei Partigiani. Era impossibile farne una copia a causa della natura intricata delle mappe.

(c) La diffusione di ponti e strade nelle aree di PIGNA - TRIORA - PIAGGIA. L'esatta ubicazione è stata consegnata agli Americani a Nizza e al Maggiore H.GUNN, No.4 S.F. a Nizza.

(d) Prima del nostro arrivo le forze Tedesche e Fasciste operanti da ISOLABONA e DOLCEAQUA avevano tentato 3 volte senza successo di entrare a PIGNA. Durante il terzo attacco riuscirono a prendere un villaggio molto vicino a PIGNA situato nella stessa valle. Lo saccheggiarono e bruciarono. Durante il nostro soggiorno vennero fatti ulteriori due tentativi.

Come per il morale della 5° Brigata Partigiani che opera in questa area PIGNA - COLLA - LANGAN (quartier generale della Brigata). La storia dell'ultimo attacco è un'indicazione interessante: per mezzo di un civile, i Tedeschi inviarono un ultimatum che diceva che avevano 300 granate per i partigiani se non si fossero ritirati da PIGNA. I partigiani rifiutarono di assentire ed a mezzogiorno i Tedeschi cominciarono ad aprire il fuoco dalle colline che circondano PIGNA. Continuarono così durante il resto del giorno e ad intervalli durante la notte, e per tutta la mattina seguente. Usando air bursts
(bombe “shrapnel”, che esplodono in aria) (88 mm) e granate italiane di circa 81 mm tentarono di mettere fuori combattimento le postazioni Partigiane la cui posizione avevano individuato attraverso una spia Fascista. Durante questa operazione un partigiano fu ferito in un piede da una scheggia. Alle 13 i Tedeschi attaccarono, ma entro le 16 si ritirarono lasciando molti feriti e due morti.

I Partigiani in quest'area sono armati con fucili e hanno 5 Breda LMG. In tutta l'operazione i partigiani si comportarono con calma risparmiando il loro fuoco (senza dubbio a causa della carenza di munizioni). Il giorno seguente si rivalsero attaccando ISOLABONA e catturando 2 mortai da 71 mm con diverse casse di bombe...  

da un rapporto segreto inglese, redatto dal capitano G. K. Long, denominato "Missione Flap", documento inedito, rintracciato a cura di Giuseppe “Mac” Fiorucci per la preparazione del suo “Gruppo Sbarchi Vallecrosia” < ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia - Comune di Vallecrosia (IM) - Provincia di Imperia - Associazione Culturale "Il Ponte" di Vallecrosia (IM) >

sabato 24 febbraio 2018

Bordighera 1939

Guido Hess Seborga e la moglie Alba Galleano
Di Guido [Hess Seborga] [la moglie Alba Galleano] condivise gli ambienti culturali e i gruppi antifascisti a Torino con Agosti, Galante Garrone, Ada Gobetti, Ciaffi, Navarro, Silvia Pons, Anna Salvatorelli, Raf Vallone, Giorgio Diena e a Bordighera con Porcheddu, Brunati, Lina Meyffret (1). 

Entrò poi nella Resistenza e fu Azionista. E’ restata “famosa” la sua arringa su un tavolo a Trofarello ai soldati sbandati invitandoli alla Resistenza. Erano i giorni successivi all’8 settembre [1943;] lei e papà stavano tornando a Torino da Bordighera con l’ultimo treno prima che i tedeschi facessero saltare i ponti...

(1)Tra gli altri Pietro Secchia ne” l’Enciclopedia dell’Antifascismo e della Resistenza”: 
“..nel ‘39 si formò a Bordighera un gruppo orientato verso i partiti della classe operaia e in particolare verso il partito socialista guidato da Guido Seborga, coadiuvato da Renato Brunati, Lina Mayfrett e Beppe Porcheddu. 
Gli aderenti stabilirono contatti a Torino con il gruppo di Alba Galleano, Giorgio Diena, Vincenzo Ciaffi, Domenico. Tra gli altri Zucaro, Raf Vallone, Luigi Spazzapan, Umberto Mastroianni, Carlo Mussa…”

la figlia Laura Hess su Facebook in pari data 

domenica 6 novembre 2016

Un carretto dei gelati che fu d'aiuto ai partigiani

Vista da Perinaldo (IM), una panoramica della vallata percorsa dal carretto di cui all'articolo
L’8 settembre 1943 ero militare a Verona, all’aeroporto di Villafranca, per un corso di volo notturno...

Viaggiai in treno, scendendo e risalendo innumerevoli volte per superare i tutti i posti di blocco.
Arrivai a casa mia a Bordighera.

Mi arruolai nella Todt, l’organizzazione tedesca che “assumeva” operai italiani per lavori di costruzione, perché era convinzione generale che chi lavorava nella Todt non sarebbe stato richiamato militare.
Lavorai a Mentone, poi un giorno, un manifesto affisso sui muri della città non lasciava dubbi: Todt o non Todt tutti gli uomini della classe 1921, la mia, e di altre venivano richiamati alle armi nell’esercito della Repubblica di Salò. I renitenti “Kaputt!”

Con i fratelli Biancheri
(n.d.r.: su questi eroi della Resistenza si veda anche a questo link; in ogni caso il loro apporto appare in diverse testimonianze), fuggimmo a Seborga. Qui dopo l’8 settembre era anche arrivato un ufficiale della RAF, l’aviazione inglese, di origine brasiliana ma arruolato appunto nell’aviazione inglese. Dopo l’8 settembre era arrivato anche lui a Seborga e aveva dispiegato la bandiera inglese sul campanile della chiesa di Seborga. Noi segnalammo l’incoscienza e la pericolosità del gesto: “Qui comando io!” fu la risposta.
Ci spostammo a Perinaldo perché là era troppo pericoloso. La stessa notte i tedeschi rastrellarono Seborga e uccisero il pilota inglese e la famiglia che lo ospitava. Eravamo al comando di Cekoff
(n.d.r.: Mario Alborno), comandante partigiano che da borghese abitava a Bordighera.
I problemi erano tanti e tutti molto seri.
Eravamo 30 partigiani tra cui una ragazza - Sascia
(n.d.r.: Ada Pilastri, che lasciò su “L’epopea dell’esercito scalzo” - a cura di Mario Mascia; ed. A.L.I.S. - una vivida testimonianza delle difficoltà incontrate dai partigiani dell’imperiese nel rigido inverno 1944/’45) -, ma la metà era disarmata. Proposi a Cekoff un piano per recuperare un po’ di armi e ne discutemmo a lungo. Alla fine accettò, chiedendomi di quanti uomini avessi bisogno. “Nessuno, corriamo meno rischi se vado da solo”. E così fu.

Abitavo a Bordighera tra lo scalo merci della stazione e una casa dove erano accasermati dei militi fascisti. Casa mia era vuota, perché i miei genitori erano sfollati, come era stato consigliato da Radio Londra, che suggeriva di abbandonare le case vicino ai nodi ferroviari perché soggetti a bombardamento. Dalle mie finestre controllavo agevolmente ogni movimento in stazione e nella casermetta dei fascisti.
Avevo notato che ogni notte i militi si recavano a scaricare le merci che arrivavano con il treno e lasciavano la caserma sguarnita.
Il gelataio Eccolo (Renzo Pirotelli) mi prestò il triciclo fatto a barchetta, con il quale durante l’estate vendeva i gelati sul lungomare di Bordighera e Vallecrosia. Mi procurai anche un attrezzo da scasso e un piccone, depositai tutto nel portone di casa mia e attesi la notte.
Alle 2 regolarmente arrivò il convoglio e tutti i militi uscirono per andare a scaricare il treno. Mi precipitai a portare il triciclo con gli arnesi da scasso vicino all’ingresso della casermetta.
Piano piano, per fare meno rumore possibile, forzai la porta.
Proprio nell’ingresso era in bella mostra la rastrelliera dei fucili con casse di munizioni. Tre alla volta li caricai nel ventre della barchetta e al quindicesimo caricai le scatole di munizioni. Il triciclo era quasi colmo.
Riportai il carretto nel portone di casa mia e camuffai il carico coprendolo con alcuni pezzi di legna da ardere e una coperta.

Prima che i militi tornassero, ero già sulla via Romana verso Vallecrosia. Passai anche per stradine, per evitare le ronde che facevano rispettare il coprifuoco, ma a Vallecrosia era inevitabile superare il posto di blocco.
C’era un milite fascista che conoscevo: mi rimproverò di non rispettare il coprifuoco chiedendomi cosa trasportassi.
Aprendo il coperchio della gelatiera risposi che stavo portando legna da ardere ai miei genitori sfollati a Soldano e viaggiavo di notte per evitare i bombardamenti.
“E a Soldano non c’è legna?”
“Si! Tanta, ma costa cara e questa l’avevamo in casa.”
Mi lasciò passare senza controllare sotto la legna.
Pedalai e pedalai con fatica sulla leggera salita per arrivare fino a Massabò (n.d.r.: frazione di Perinaldo), dove mi aspettava Franco Palombi, un amico di Bordighera che mi aiutò a spingere lungo i tornanti per Perinaldo. Senza il suo aiuto non ce l’avrei fatta.

Arrivammo stremati in cima alla collina … un urlo di gioia ci accolse. Baci, abbracci e strette di mano. La  V^ Brigata partigiana Garibaldi era tutta armata!
 
Gli adulti di oggi di Vallecrosia senz’altro, nella loro infanzia, hanno assaggiato i gelati della barchetta di “Eccolo! Eccolo!”. Forse non sanno che quella barchetta ci aiutò a conquistare la libertà di cui oggi godiamo.
 
La notte successiva venimmo attaccati da una autocolonna di tedeschi.
Ci difendemmo, malgrado i tedeschi sparassero anche con una mitragliera pesante.
Dei nostri perì un partigiano di Pigna che, nella vita civile, faceva il cuoco.
Il sanremese Adler venne raggiunto da una raffica di ben 8 colpi. Non morì.
Era un giovane di origine ebrea, sfollato a Perinaldo con la madre austriaca per sfuggire alle deportazioni.
A Perinaldo si era arruolato con noi.


dalla testimonianza di Angelo ”Athos” Mariani in GRUPPO SBARCHI VALLECROSIA < ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia - Comune di Vallecrosia (IM) - Provincia di Imperia - Associazione Culturale "Il Ponte" di Vallecrosia (IM) > di Giuseppe Mac Fiorucci


venerdì 29 aprile 2016

Ventimiglia (IM) nella Resistenza, cenni

 
Zone di Ventimiglia (IM), sotto il Grammondo
Il 25 Luglio del 1943 vengono tolte da un gruppo antifascista le insegne dalla sede del Fascio di Ventimiglia e si formano i primi nuclei della Resistenza.
      Uno di questi, costituito da giovani ferrovieri, nella Stazione Ferroviaria col compito di assicurare collegamenti, verrà più tardi scoperto ed i suoi membri arrestati e inviati in un campo di concen­tramento, dal quale non faranno più ritorno. Eccone i nomi:
      Edoardo Ferrari, cantoniere - Olimpio Muratore, alunno - Giuseppe Palmero, manovale - Alessandro Rubini, capo stazione di 1a classe - Ernesto Lerzo, conduttore - Pietro Trucchi, conduttore - Eraldo Viale, operaio - (lapide commemorativa nell’atrio della Stazione).
       
Dopo l’8 settembre le forze armate di stanza a Ventimiglia si sciolgono e le Caserme vengono abbandonate. Ne approfittano i nuclei della Resistenza per sabotare le armi pesanti ed asportare le armi leggere con relative munizioni portandole in montagna per armare distaccamenti partigiani in formazione, che si raccoglieran­no più tardi nella V Brigata.
      Tutta la città è permeata dallo spirito di rivolta, che si diffonde anche fra i ragazzi delle Scuole dove, per iniziativa di uno scolaro, Rino Poli, la raccolta dei fondi «Pro Mitra» lanciata dalla Repubblica di Salò viene boicottata.
      
Intanto nell’entroterra si moltiplicano le azioni di guerriglia da parte dei gruppi partigiani formati in preponderanza da Ventimigliesi...

Nel giugno del 1944 un gruppo di 63 cittadini ventimigliesi, fra i quali una donna, già individualmente impegnati nella lotta di liberazione, si attestavano in località Cimone sui pendii nel Monte Grammondo (frazione Villatella) non lontano dalla frontiera, organizzandosi come «Distaccamento Partigiano Grammondo» con raggio d’azione in Val Roia e Val Bevera, fra Olivetta San Michele, Airole e Ponte San Luigi. Ecco le principali missioni del gruppo:
  1)   il 10-7-1944 una squadra di dieci uomini al comando del Capo Partigiano, dopo uno scontro a fuoco, cattura nella frazione Latte due militi delle Brigate Nere;
  2)   il 14-7-1944 la 5 e 6 squadra, al comando del Capo Partigiano, assaltano la Caserma di Olivetta San Michele, catturando la sciarpa littorio Giavelli e tre militi;
   3)   il 18-7.1944 tre squadre di partigiani assaltano e distruggono la Caserma di Airole (VaI Roia) occupata dalle Brigate Nere e soldati tedeschi infliggendo al nemico forti perdite, morti e feriti;
   4)   il 21- 1-1944 quattro partigiani, tra cui Gandolfi e Quadretti(poi ucciso l’8-8-1944 a Sospel) attaccano nelle vicinanze di Latte un autocarro delle Brigate Nere catturando il Maggiore Anfosso, quattro militi e molte armi e munizioni;
  5)   il 26-7-1944 una squadra in perlustrazione al Passo del Porco attacca una pattuglia nemica uccidendo due tedeschi e cattu­rando quattro polacchi, due muli e diverse armi;
   6)   a seguito di queste ed altre minori azioni, la sede del distaccamento veniva individuata dal Comando Tedesco e il Comando Partigiano decideva allora di spostarla oltre confine, sul pendio ovest del Grammondo in località Alborea del Comune francese di Sospel, accogliendo anche nella formazione un gruppo di partigiani francesi. Il Comando Tedesco scopriva però ben presto anche la nuova sede e decideva di compiere una grande operazione di rastrellamento con circa 1.500 uomini di stanza in Italia e in Francia, armati di mortai e artiglieria da montagna.
         Il distaccamento venne così circondato e attaccato e dopo una lunga e strenua resistenza - durante la quale venivano uccisi e feriti diversi tedeschi e cadevano tre partigiani, Quadretti, Armando Ferraro e Sauro Dardano - riusciva in parte a sganciarsi e a mettersi in salvo attraverso un terreno impervio, mentre i restanti 15 asserragliati in una casa rustica opponevano una disperata resistenza fino all’esaurimento delle munizioni.
         Catturati dai tedeschi, vengono imprigionati a Sospel, selvaggiamente torturati, massacrati...
I superstiti, diversi dei quali feriti (Lippolis, curato dai Fratelli Maristi), passano a far parte di altre unità partigiane...

Nell’agosto 1944, a seguito dello sbarco sulle coste di Provenza delle truppe alleate, che ben presto liberavano interamente il Dipartimento di Nizza attestandosi sul nostro confine, i nostri partigiani prendevano contatto via terra e via mare (vedi relazione della «Missione Corsaro») con i Comandi Alleati e gli appartenentI alla resistenza cominciarono a passare in numero sempre crescente la frontiera per arruolarsi nelle formazioni alleate e poter cosi più attivamente contribuire alla liberazione.
       Oltre ai partecipanti alla scuola sabotatori, di cui si fa cenno nel resoconto della «Missione Corsaro», furono parecchie decine i Ventimigliesi passati in Francia e incorporati nelle unità alleate.
Molti dei Ventimigliesi incorporati nelle unità alleate unita­mente a numerosi partigiani parteciparono alla fine marzo 1945 con le truppe alleate alla sanguinosa battaglia dell’Aution, che terminava con la cacciata delle truppe tedesche dal Bacino del Roia...


dall’opera “MARTIRIO E RESISTENZA della Città di Ventimiglia nel corso della 2^ Guerra Mondiale”  < Relazione per il conferimento di una Medaglia d’Oro al Valor Militare – Edita dal Comune di Ventimiglia (IM), 10  aprile 1971 – Tipografia Penone di Ventimiglia (IM) >

lunedì 7 dicembre 2015

Partigiani di Breil

Breil-sur-Roya, uno scorcio
Il 23 maggio 1944 cinque partigiani dislocati all'Alpetta percorrono l'antica strada della Val Bendola e raggiungono Saorge. La loro, oltre ad essere missione ispettiva, ha come primario fine l'acquisto di sale e altri generi alimentari. Improvviso ed inatteso lo scontro con una pattuglia tedesca. I partigiani prendono l'iniziativa ed aprono un serrato fuoco d'armi automatiche. La sparatoria è di breve durata; tre tedeschi cadono feriti. Per prudenza, il capo partigiano ordina ai suoi di ritirarsi,  il che avviene in buon ordine. 
Nel mese di luglio, e ancora il 3 agosto, Saorge sopporterà, con forze preponderanti, un rastrellamento partigiano per rifornimento viveri. Ci si inoltra nel paese dietro informazioni precise, ma non si riesce ad evitare gli scontri con i tedeschi. Non si contano morti e feriti; a pagare é la ferrovia Nizza - Breil - Tenda (Val Roia), oggetto di mirati atti di sabotaggio che ritardano i rifornimenti verso Cuneo.

I tedeschi catturano a Briga sei partigiani; condotti sulla strada del Cairos senza processo, costretti a scavarsi la fossa, un maresciallo li elimina con revolverate alla nuca.

Nel mese di dicembre, Emilio Grec, staffetta partigiana,  è fucilato nelle campagne di Fontan. 
 
Ai primi del 1945, in Breil-sur-Roya, inizia il calvario di alcuni partigiani. Sono i fratelli Giacomo e Carlo Molinari; in viaggio per una missione a Tenda, latori di lettere per accordi con la formazione "Giustizia e Libertà" che agisce in Piemonte. All'atto del fermo riescono ad ingoiare le missive. Era il 3 di febbraio. Legati con fil di ferro schiena contro schiena per due giorni, senza cibo, subiscono serrati interrogatori. Il terzo giorno, caricati su un camion, sono condotti a Cuneo ove subiscono percosse a sangue. Trascorsi altri tre giorni si decreta il loro invio a Sanremo. Giunti ai Forti di Nava, vengono imprigionati, quindi interrogati per tutta la notte e rifocillati con pane secco e acqua. 
 
Ricondotti a Sanremo, sono presi in consegna da un non meglio identificato "signor Felice", che, come guardie del corpo, usa giovani fascisti "cattivi come lupi". Gli interrogatori e le percosse durano a lungo. Poi i Molinari sono separati e rinchiusi a Villa Umberto. Qui avviene un incontro inaspettato con Saluzzo, Giacobbe Santeri e Bordero, compagni arrestati in Breil qualche giorno prima ed anch'essi detenuti dai fascisti. Il Saluzzo "Martino" e il Santeri "Romano", trascorsi alcuni giorni in Sanremo, vengono condotti ad Imperia e fucilati. Fu loro ardire cantare la "Marsigliese" di fronte al plotone di esecuzione: "Martino" aveva solo 21 anni e "Romano" 23. 
 
La sorte dei fratelli Molinari prosegue a quel punto come un'odissea dolorosa. Trasferiti in Genova nelle carceri di Marassi, ne uscivano ogni giorno per essere interrogati nella famigerata "Casa dello Studente", subendovi torture impensabili, non escluse atroci scosse elettriche ai genitali. Mai svelarono alcunché, mai accusarono alcuno, mai cedettero. 
 
Nell'aprile 1945 la condanna a morte definitiva: i tedeschi, temendo l'avanzata degli Alleati, prelevati i prigionieri in numero di venticinque li inviano verso i campi di sterminio in Germania. Un milite ferroviere, dopo avere chiusi i lucchetti delle catene, consegna furtivamente la chiave ai Molinari. La tradotta sosta a Bornasco tra Pavia e Milano. Un rombo di bombardieri alleati crea il fuggi fuggi generale. Sette prigionieri, e fra questi i fratelli Molinari, riescono a darsi alla fuga. Fatti segno di colpi di fucile, si buttano in una gora. L'acqua gelida quasi li soffoca: comprendono che la loro salvezza sta nel resistere all'immersione. Alcuni dei fuggitivi sono catturati, fra cui il generale Cesare Rossi, ma non loro.

Calata la notte si portano alla fattoria di Antonio Riffaldi che li accoglie e, dopo averli vestiti con abiti civili e rifocillati, li porta in una galleria vicina. La mattina successiva il Riffaldi reca ai fuggitivi cibo, bluse da lavoro con la scritta "Impresa O.M". di Milano e falsi documenti. 
 
Ultima sfida alla Gestapo che li ricerca accuratamente: con la guida di un prete, i Molinari sono accompagnati attraverso i campi presso una banda partigiana, dipendente dalla Quarta brigata "Matteotti". I fratelli restano così aggregati alla banda e con essa parteciperanno alla presa di Milano. 
 
Lo storico C. Botton nella sua "Histoire de Breil" scrive che i Molinari, dopo la Liberazione, videro i corpi di Mussolini e della Petacci appesi a Piazzale Loreto. 
 
Ecco dunque che i Molinari, con cinque compagni, lasciano Milano e recano a Genova le spoglie di altri partigiani morti. Proseguono verso la Riviera di Ponente. Sono accolti e consegnati all'Armata Libera di Francia. Per il loro comportamento riceveranno l'encomio della Divisione con" Croce di Guerra e Stella d'Argento". Riportiamo citando dallo storico Botton la motivazione della decorazione: ''Agenti del S.R.O. hanno effettuato numerose missioni in territorio nemico. Nel corso di una di queste, sono stati fatti prigionieri, torturati e condannati a morte, ma sono riusciti ad evadere e a riconquistare la libertà". 

di Don Nino Allaria Olivieri in "La Voce Intemelia" - Aprile 2008, articolo ripreso in "Quando fischiava il vento - Episodi di vita civile e partigiana nella Zona Intemelia" di Alzani Editore - La Voce Intemelia - A.N.P.I. Sezione di Ventimiglia (IM), 2015


martedì 13 ottobre 2015

... e non sapevamo che era l'ultimo treno

Bordighera (IM), Stazione Ferroviaria
..Lasciammo Bordighera, prendemmo un treno e non sapevamo che era l'ultimo treno, poi i nazisti fecero saltare tutti i ponti del Roya. I tedeschi avevano già occupato Torino e dilagavano nei dintorni.
Alba ed io scendemmo a Trofarello. I nostri soldati, lasciati senza ordini, fuggivano senza sapere bene dove andavano. Alba salì su di un tavolo e fece un comizio di resistenza. ..“

“…In anni di vita cosa posso salvare di me uomo? Valgono i momenti in cui mi sono profondamente ribellato, quando mi rifiutavo d'invadere paesi pacifici. E gli anni d'amore con Alba, quando eravamo ingenui e puri come forse solo i giovani possono essere….”

“…con Alba meglio resistetti alle guerre e alle mie diserzioni con lei avevo un nucleo forte e Alba m'impediva di lasciarmi andare completamente dandomi una ragione di vita intima
profonda, so che Alba in quegli anni mi ha salvato dalla morte…

 
Guido Seborga (Guido Hess) in “Occhio folle occhio lucido” Diario - Ceschina 1969 - Graphot 2012