sabato 17 settembre 2022

Dove saranno andati a sganciare le loro bombe?

Ventimiglia (IM): uno scorcio del fiume Roia verso la foce


6 gennaio 1944. Epifania
Anche oggi molta gente qui nella nostra osteria, come del resto quasi tutti i giorni; abbiamo avuto un allarme solo alle undici.
7 gennaio 1944
Stamane, Antonia e Manin si sono alzate alle 5 e mezzo per andare a San Remo a trovare lo zio Andrea e sono state molto in dubbio nel partire dato che si sentiva un violento bombardamento. Sebbene fosse lontano tremavano i vetri.
Sono partite, ma anche a San Remo non se la sono passata tanto bene, si sono rifugiate verso Bignone.
8 gennaio 1944
Oggi tre allarmi, anche stamane verso Nizza (dicono Saint-Raphael) violento bombardamento. Anche a San Remo sono state gettate alcune «pillole», sul porto e in città, ma nulla è capitato allo zio Andrea.
La città più devastata nella nostra Riviera è Imperia-Oneglia; quasi tutti i giorni vi fanno visita gli aeroplani inglesi.
9 gennaio 1944
Anche oggi due allarmi e abbiamo sentito il violento bombardamento in Francia. Qui da noi molta gente, come del resto tutti i giorni e noi siamo arcistufe essendo stanche di fare una vita così. Sebbene ci sia ancora il guadagno, preferiremmo il lavoro della campagna.
Caterina Gaggero Viale, Diario di Guerra della Zona Intemelia 1943-45, Edizioni Alzani, Pinerolo, 1988

Salutandoci, il partigiano Iezzoni ci disse che l’indomani probabilmente sarebbero sbarcati gli alleati. Sarebbe stato, invece, il giorno della da noi famosa “notte dei bengala” del 21 giugno del 1944, quando tutti credevano e speravano nello sbarco degli alleati e invece ci fu solo un grande bombardamento. Otto giorni dopo “Argo” moriva in un’operazione a Baiardo (IM).
Fu il primo schiaffo che ricevetti dalla realtà della mia guerra di partigiano.
Renato "Plancia" Dorgia  in Giuseppe Mac Fiorucci, Gruppo Sbarchi Vallecrosia <ed. Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia - Comune di Vallecrosia (IM) - Provincia di Imperia - Associazione Culturale “Il Ponte” di Vallecrosia (IM)>, 2007

Una vista da Latte, Frazione di Ventimiglia (IM), a Bordighera

21 giugno 1944
Anche stanotte, altri giovani sono andati a raggiungere i ribelli. Continuano i bombardamenti, sulla Riviera e ovunque. Torino ha subito la 35a incursione aerea, anche a Genova le rovine sono immense.
22 giugno 1944
Stanotte, alle due e un quarto, abbiamo avuto un brusco risveglio. L’allarme, seguito poi da un’infinità di apparecchi.
Come al solito, non avevamo idea di alzarci, ma il grande chiarore ci ha fatto andare a curiosare dalla finestra. Che spettacolo, il primo per noi! Che fuochi e poi certo anche spari! Non siamo stati ad indugiare prima di uscire di casa e metterci al sicuro. Se avessimo aspettato ancora un po’ saremmo stati tutti belle finiti. Tre bombe sono cadute sotto la casa di Lanfredi, delle quali due solo esplose. Povera nostra campagna, come è rimasta desolata, quanto danno abbiamo avuto! Però, possiamo dirci fortunati che non hanno avuto nessuna avaria le vasche e la tubazione. I danni della casa, neanche questi sono ingenti. Il danno più grosso è nella vigna perché anche le viti sono rovinate.
La durata dell’allarme è stata di 50 minuti, il bombardamento di 22 minuti, le bombe, lasciate cadere su Ventimiglia e dintorni, un’infinità. Cominciando dalla salita degli Scuri, Rivai, Marina, Piazza Vittorio Emanuele, Gallardi, Siestro, Via Chiappori, Via Roma, Sottoconvento, Via Cavour, Via Mazzini, la Mortola. Queste sono le zone che più delle altre presentano i segni della distruzione causata dalle bombe nemiche.
La città, ovunque, mostra mutilazioni dolorose. La cosa incredibile è che le uniche bombe sganciate nella nostra zona sono quelle cadute da noi. Il destino ha voluto che fossimo noi i colpiti.
I morti finora accertati sono 23 e una sessantina i feriti, numerosissime sono le persone senza tetto. L’attacco nemico si è esteso fino a Vallecrosia che è stata pure duramente provata dall’incursione. Il bombardamento ha provocato l’interruzione della via Aurelia, ha seriamente danneggiato l’acquedotto e il telefono, la luce è rimasta interrotta e anche la ferrovia: i treni arrivano solo fino a Bordighera.
Caterina Gaggero Viale, Op. cit.
 
Dopo il Cinquantenario del primo bombardamento aereo su Ventimiglia - quello, ferocissimo perchè inaspettato, del 10 dicembre 1943 - e le sue gravi conseguenze in vittime e rovine, bisogna ricordare anche il primo bombardamento notturno, quello della notte dopo San Luigi: 21/22 giugno 1944.
Ecco come lo ho vissuto io.
Abitavo au Cuventu, in Vicolo Sant'Agostino, derré au furnu de Pipu, secondo e ultimo piano, ingresso all'alloggio dal ballatoio interno, con vista sui legnami della ditta Mordano; tre finestre sul vicolo.
Diciamo pure che, in quel semestre dicembre/giugno, i bombardieri alleati avevano colpito sempre di giorno ed esclusivamente Nervia e Gianchette, in sintesi le zone di ponti stradali e ferroviari, per cui noi abitanti del centro della Città bassa ci ritenevamo sicuri, fortunati, privilegiati. Come si diventa carogne quando c'è di mezzo la ghirba. Quando il terribile rombo delle "formazioni", si diceva così, dava l'annuncio che l'inferno si avvicinava, si scendeva da basso, più per rito che per paura, e sostavamo proprio nel forno sunnominato, chiacchierando con Pipu e i suoi lavoranti.
Di notte, quando suonava l'allarme e gli aerei passavano, ronfando, altissimi, per andare a bombardare a Nord, non ci si alzava nemmeno più. Finché...
Quella notte suonò l'allarme e il ronfo degli aerei non era più tale, ma era un ruggito, o meglio un susseguirsi di ruggiti: si capiva che stavano volteggiando sulle nostre teste.
Qualcuno urlò: "Scapé, gh'é i bengala!"
Si balza dal letto, ci si copre alla meglio, si scende a precipizio. Dal cielo nero pendevano a decine i razzi illuminanti. Dove ripararsi? Dove scappare? La galleria rifugio, scavata nella montagna dietro la ferrovia, dalle parti del puzzolente (allora; oggi non so) "tumbin", il sottopassaggio tra Corso Genova (già Corso Umberto I se ben ricordo) e Via San Secondo, era troppo lontano, data la situazione. E poi c'era pericolo che qualche bomba, diretta al piazzale della ferrovia (che proprio nel sottopassaggio si restringe e poteva perciò essere obiettivo privilegiato) non facesse troppa differenza tra ferro e carne umana. Si pensò dunque che obiettivi principali del bombardamento fossero la stazione e tutto il piazzale ferroviario, e si cercò allora di allontanarsi il più possibile, partendo in direzione perpendicolare. Vicolo Sant'Agostino, Via Carso, Via Fondega. Le prime bombe cominciavano a fischiare e scoppiare, arrivare sulla spiaggia non si riteneva conveniente, perchè si sarebbe stati visti come il sole, e non sapevamo se nelle intenzioni ci fosse anche il mitragliamento (si pensava ad uno sbarco, con un misto di terrore e di speranza).
Via Fondega allora era delimitata da muretti agricoli, alti quanto una persona o poco più, del tipo di cui c'è ancora qualche traccia (ahimé, assai frammentaria) in Via Asse, Vicolo Pescatori e Vicolo Arene (andiamo anche più in là, Via alla Spiaggia, Via Nervia, Vicolo del Pino).
Ci sdraiammo per lungo, faccia a terra e mani sulla testa, rasente al muro, con la speranza di non essere colpiti da schegge o detriti e con l'altra speranza, più grossa, che nessuna bomba scegliesse quel posto. Ad ogni salva di fischi e scoppi, ne scoppiava una di giaculatorie e invocazione per la salvezza delle nostre anime e, perchè no, anzi prima di tutto, dei corpi. I più "gettonati" da me furono Sant'Antonio e Santa Rita.
Finito l'uragano di ferro e fuoco, attendemmo le prime luci dell'alba - che arrivavano molto presto; eravamo al solstizio d'estate - per tornare a vedere la nostra casa. Beh, non aveva troppo sofferto. Poi ci preoccupammo delle notti a venire - perchè dentro casa, a Ventimiglia, non avevamo più dormito - e ci avviammo stanchi, assonnati, intontiti dal terrore e dal fracasso, a fare un sopralluogo alla galleria rifugio.
Lungo la strada si trovavano, ogni tanto, dei drappi bianchissimi, leggeri e morbidi, che avevamo timore a toccare perchè la propaganda "a coelo non prevalebunt" ci aveva messo in guardia da matite esplosive e oggetti strani in genere. Erano i paracadute, in nailon, dei bengala.
Nella galleria passammo poche notti. Era affollatissima. Chi aveva portato reti e materassi, chi brandine, chi poltrone, o semplicemente sedie. Oltre a coperte. Ma non poteva essere una soluzione, sia per l'affollamento, sia per l'enorme umidità che trasudava e gocciolava in quel buco.
Di lì, lo sfollamento prima a Olivetta e dopo qualche giorno a San Michele; dove la ferrovia avrebbe consentito, ancora per poco tempo, un comodo collegamento con Ventimiglia, sede di lavoro.
La galleria rifugio ritorna, di quando in quando, nei miei sogni.
Renato Pastorino, 21 - 22 giugno 1944. La notte dei bengala, "La Voce Intemelia", anno XLIX n.6 - giugno 1994, articolo qui ripreso da Cumpagnia d'i Ventemigliusi

Ventimiglia (IM): uno scorcio della zona Ville

Ville 22 giugno 1944
E' la quinta volta che la mia cara città di Ventimiglia viene bombardata. Questa notte, alle due circa, la mamma è venuta a svegliarmi nella mia cameretta: c'erano gli apparecchi! Siamo subito usciti in campagna e...  oh  quale spettacolo! Sembrava pieno giorno e ciò era causato dai bengala.
Dal rumore, sordo e cupo, s'intuiva che gli aerei erano parecchi. Noi ci siamo rifugiati in un cunicolo e, appena dentro, abbiamo sentito il fischio dei proiettili: era la batteria contraerea di Grimaldi. E dopo è stato un susseguirsi di 23 giugno 1944
No, per fortuna la mia casa non è crollata, però è stata abbastanza danneggiata: il tetto non c'è più e i vetri sono rotti. Poi son caduti tutti i lampadari, si sono rotti alcuni ninnoli che erano sul mobilio della sala, e vari bicchieri e i piani del servizio. Ma davvero possiamo ringraziare Iddio! Le case che circondavano la nostra sono crollate, mentre la nostra è rimasta. Come mi dispiace che sia morto Ghiselli, l'impiegato del Municipio!
Abbiamo detto alle mie compagne di Ventimiglia che vengano ad abitare quassù con le loro famiglie e questa sera arriveranno. Ma sì, voglio essere allegra e fugare i tristi pensieri, perché verranno Assunta, Anna e Rosy, le mie più care amiche.
25 giugno 1944
E' domenica. Stamane sono andata a messa con le mie amiche. Al cinema a Latte non siamo scese, perché dicevano che prendevano delle persone in ostaggio, ed io sono rimasta tutto il giorno in casa ad aiutare la mamma.
[...]
29 giugno 1944
Ancora quest'oggi nel pomeriggio, verso le 17.20 sono venuti a bombardare Ventimiglia. Io ero in casa, quando ho sentito il rumore degli apparecchi. Ho chiamato la mamma e siamo uscite, quando una signora ha detto che ce n'erano 19, ed avevano la direzione di Ventimiglia.
Io, ho guardato in alto, e li ho visti, ma certo... dietro a quelli ce n'era un'altra formazione di 19. Dio mio! Erano bombe quelle cosine piccole. bianche che cadevano dagli apparecchi? Alla mia domanda ha risposto poco dopo il rumore sordo e cupo che provocano le bombe scoppiando. Io e la mamma ci siamo subito gettate a terra, gridando. E papà, che doveva arrivare da Sanremo col treno proprio a quell'ora?
Poi gli aerei se ne sono andati ed è tornata la calma. La mamma di Anna è svenuta due volte per la gran paura e tremava tutta come una foglia.
Circa mezz'ora dopo, Assunta ed io eravamo sul ponte che guardavamo i danni che avevano fatto a Ventimiglia. Meno male, il treno non è stato colpito.
[...]
16 luglio 1944
La solita domenica senza un diversivo e senza uno svago. Quanto vorrei poter andare al mare, a far gite in bicicletta, al giardino di Hanbury, ma... che sciocca che sono: non ricordo che l'erba voglio non esiste?
Non si sente parlare, invece, che di bombardamenti su tante città, di Tedeschi che danno fuoco alle case, di gente che muore... Che tristezza la vita!
17 luglio 1944
Stamane c'è stata una messa per il mio povero zio Salvatore. Caro zietto! Ho fatto la Comunione per te e ho pregato per te. Tu ora, lassù nel Cielo, stai certamente meglio di noi, e non vedi tante cose brutte e dolorose che questa guerra ci  porta. Tu che sei vicino a Dio, perché non lo preghi di farla cessare questa guerra?
24 luglio 1944
Quanti apparecchi sono passati stamane in direzione di Ventimiglia! Meno male che non l'hanno colpita. Dove saranno andati a sganciare le loro bombe?
25 luglio 1944
Alle 11, stamattina, la mia povera città è stata ancora una volta oggetto dell'incursione area nemica. Gli aerei erano molti, ma per fortuna non vi sono morti, né case crollate. Hanno colpito la ferrovia dal passaggio a livello alle Suore di S. Marta.
Nel pomeriggio sono nuovamente passati gli apparecchi, e la signora Rampone è quasi impazzita di paura. Ha cominciato a mettersi le mani nei capelli, a urlare come una forsennata ed a scappare di qua e di là, urlando: «mamma mia, mo'
bombardano, e venitteme addosso, così non sento sto rumore...». Nessuno l'ascoltava, perché tutti scappavano per le fasce per conto proprio.
Io mi ero distesa ai piedi di un muretto poiché, sentendomi poco bene, non potevo correre, quando, ad un tratto, ho avuto l'impressione che tutte le forze della terra fossero gettate su di me con violenza. Quando ebbi la forza di voltare il capo, vidi la suddetta signora che si era gettata a capofitto sulla mia schiena e, tremando, mi squassava tutta. Col dolce peso che si ritrova! E non potevo mica muovermi, ché quella mi ficcava le unghie nella carne.
Ho ringraziato Iddio quando gli apparecchi se ne sono andati ed ho potuto rientrare in casa. Tutta massacrata, è vero, ma salva dal pericolo di rimanere schiacciata.
26 luglio 1944
Sant'Anna è la mia festa e quella della mia amica Rampone. Le ho regalalo un grazioso cestinetto di frutta e fiori. A me, Marisa ha regalato un cuscinetto rosa per gli spilli fatto da lei, e Rosy e Assunta della stoffa rosa per biancheria. Abbiamo invitato i nostri amici a gustare la torta, il budino ed a bere il vino bianco.
Poi Assunta, Anna, Rosy ed io, abbiamo deciso di scendere a Ventimiglia a prendere la "cassata". Infatti alle 16.30 siamo partite ma... a metà strada è suonato il preallarme, e si sono sentiti gli apparecchi. Noi, però, abbiamo continuato impavide a camminare con la speranza che gli aerei passassero senza bombardare. Infatti, se ne sono andati verso il mare, ed abbiamo sentito suonare nuovamente la sirena: ecco, il cessato allarmne. Macché, è l'allarme, perché si sono sentiti 6 suoni. Che disdetta, però noi, senza paura, abbiamo deciso che dovevamo continuare il nostro cammino. E così siamo arrivate nel Borgo e ci siamo dovute fermare all'inizio della galleria. Sentivamo sempre suonare la
sirena, ma erano le nostre orecchie che, maligne, ci tradivano.
Siamo andate da Manin, ma non aveva né cassate, né gelati. Andare nel centro della città, con l'allarme, non era prudente, così siamo rimaste lì in piedi ad aspettare, come quattro stupide.
Infine, alle 18.30, avvilite, a capo chino, gli occhi accesi di oscure vendette verso chissà chi, ce ne siamo tornate a casa.
29 luglio 1944
La notte scorsa, a mezzanotte precisa, due o tre cacciabombardieri hanno gettato alcune bombe su Ventimiglia, vicino al Miramare. Hanno gettato bengala dappertutto: sul mare, a Bevera, a Ventimiglia, e su un monte qui vicino. Noi ci
siamo alzati, e siamo scappati per la campagna, col chiarore che c'era si vedevano bassissimi gli aerei che volavano sul nostro capo. Dio mio, che paura!
Ci siamo coricati in un canaletto, ma siamo subito andati in cantina, quando abbiamo visto il chiarore dei proiettili della batteria contraerea di Ventimiglia. Ci sono sei morti, fra cui una mia compagna delle scuole elemntari, Maria  Bosio, morta col fratello, la  madre e il fidanzato. E' morta pure la Trillo.
30 luglio 1944
Hanno ancora bombardato Ventimiglia, la notte scorsa all'una e trenta. Hanno gettato i bengala e noi siamo scesi in cantina. E' stata colpita la città alta, ma fortunatamente non ci sono morti.
2 agosto 1944
Quest'oggi saranno passati più di 500 apparecchi. Sembra il finimondo: vanno, vengono, si incrociano, si abbassano...
Se non si pensasse che posono gettare bombe, sarebbe un bello spettacolo vedere tutti quegli aerei bianchi e neri che sorvolano in ogni direzione.
Ho visto scendere una bomba da un aereo, ma non precipitava velocemente, bensì girando su se stessa, e non si è sentito lo scoppio. Han detto che, quando scendono così, non scoppiano. A Ventimiglia è un continuo allarme. Anche in questo momento suona la sirena. Tra ieri e la notte scorsa, l'allarme ha suonato ben 19 volte.
3 agosto 1944
E' proprio vero quello che sto per scrivere? E' proprio vero che han bombardato quassù da noi, alle Ville? Eppure, ci sono i buchi delle bombe tutto attorno, ho sentito le esplosioni e si trovano frammenti di bombe dappertutto, e questo odore di bruciato che  è rimasto! Tutti parlano, raccontano della morte che hanno sfiorato, noi stessi siamo vivi per miracolo.
Erano le dieci e trenta, ed io ero a lezione di piano nel salone, con la suora. Abbiamo sentito il rumore degli aerei, ma abbiamo continuato a suonare, poi, siccome il rombo dei motori si avvicinava sempre di più, volevamo uscire a contarli, e la suora si era avviata ad aprire la porta della Cappella per uscire, come al solito, sullo spiazzo antistante. Non so come, ho avuto l'idea di dirle che si poteva passare anche dalle scale di sopra. Avviandoci sul pianerottolo, sentendo un rumore d'inferno, anziché salire, siamo scese a precipizio in cantina. Dal portone della cantina, guardavamo quei caccia che si abbassavano, e si alzavano proprio su di noi.
Tra quel baccano infernale, ne abbiamo sentito uno, nitido, di un aereo in picchiata: era tanto basso che sembrava dovesse toccare terra. La suora ed io ci siamo distese lì, vicino alla porta [...]
Nuccia Rodi, Diario di guerra. Ville, 22 giugno - 26 ottobre 1944... in Renzo Villa e Danilo Gnech (a cura di), Ventimiglia 1940-1945: ricordi di guerra (con la collaborazione di Danilo Mariani e Franco Miseria), Comune, Studio fotografico Mariani, Dopolavoro ferroviario, Ventimiglia, 1995

Ventimiglia (IM): la zona, compresa tra la Frazione Latte e Ville, più vicina all'abitazione di Caterina Gaggero Viale

1° agosto 1944
Stamattina sono andata a Ventimiglia per riscuotere il sussidio e ho passato l’intera mattinata nella galleria del Cavo. È stata una giornata di allarmi consecutivi, e dire che non abbiamo ancora visto il bello!
2 agosto 1944
Giornata come ieri, la sirena ha fischiato continuamente.
È stato ucciso il figlio del Barun di Siestro. Il dott. Cassano è stato arrestato e portato via dalle SS. Attendiamo delle giornate nere e, pur di salvare la vita, siamo pronti a qualsiasi sacrificio.
3 agosto 1944
Dopo una notte di rumore continuo, prodotto dalle zattere e dagli apparecchi, la mattinata è stata abbastanza brutta. Verso le 10, formazioni di apparecchi hanno combattuto con i caccia. Un’infinità di piccole bombe sono state gettate a San Bernardo, Seglia, Peidaigo e Ville. Le più vicine a noi sono cadute da Rocco: 5 di numero. Alle Ville, abbiamo da lamentare una morta, la Magnuna che lavorava da Enrico a raccogliere ceci. Hanno sganciato pure su Bevera con diversi morti anche là. La giornata è proseguita con un ininterrotto rombo di apparecchi che sorvolavano continuamente le nostre teste.
4 agosto 1944
Sebbene molto a malincuore, sono partita lo stesso, data la mia solita abitudine di andare al mercato. Erano le 6,30 e gli apparecchi già ronzavano sulle nostre teste. È stato un attimo e la gente è scomparsa tutta. Sono rimasta sola con la mia Cita che frustavo più che potevo per farla correre e potermi mettere in salvo. Quando sono giunta sul ponte Roia, gli apparecchi bombardavano Bevera, ma mi sembrava che fossero sulla mia testa. Ero terrorizzata, ho raggiunto la galleria del Borgo e mi ci sono infilata, finalmente al sicuro, ma angosciata per la mula che avevo lasciata esposta al pericolo. Certo, appena tornata un po’ di calma, sono ripartita, ma le frustate che prendeva la povera bestia erano continue.
Un giovane che era anche lui rifugiato in galleria, e che veniva verso Latte, mi faceva compagnia e coraggio e gridava anche lui alla mula per farla galoppare di più.
Sono arrivata a casa senza che gli aeroplani mi rombassero più sulla testa. Non andrò più a Ventimiglia con la bestia. È stata una giornata terribile per tutti, la gente non è più uscita dai rifugi, tutti zeppi di persone. Anche le gallerie del treno sono state occupate, famiglie intere vi hanno preso alloggio. Verso le 10,30, hanno gettato di nuovo le loro bombe per colpire il ponte, ma non vi sono riusciti neanche questa volta. Molte bombe sono cadute nel Roia e qualcuna alle Gianchette, che ormai sono addirittura rase al suolo.
Anche il ponte di Nervia è stato preso di mira, ma è rimasto intatto. In serata sembra che l’uragano di ferro e di fuoco si sia calmato un po’, ma non abbiamo quasi il coraggio di andare a letto.
Caterina Gaggero Viale, Op. cit.

Ventimiglia (IM): Mortola Inferiore (che nasconde Latte), una parte di Ville, uno scorcio di Ventimiglia Alta

25 agosto 1944
Bombardamento aereo di Latte e Mortola. Prima notte al rifugio (27 persone).
29 agosto 1944
Bombardamento aereo al Forte. Riccardo Bargioni ferito lievemente.
30 agosto 1944
Mitragliamento al Ponte del Butassu [a Latte]. Macchina tedesca incendiata.
Giuseppe Biancheri, Diario [giovanile] di guerra, pubblicato su "La Voce Intemelia", anno XXXIX, n. 10 ottobre 1984, qui ripreso da Cumpagnia d’i Ventemigliusi

lunedì 15 agosto 2022

Fui incaricato dalla Federazione Comunista di Imperia di mettermi in contatto con il compagno Frontero barbiere a Bordighera

Bordighera (IM): la Stazione Ferroviaria

Dal 1940 al 25 luglio 1943 gli antifascisti si fecero più numerosi, diventarono più attivi, e si formarono dei veri e propri gruppi clandestini tendenti deliberatamente ad abbattere il fascismo.
Lo scrivente, prof. Strato, come esponente dei gruppi da lui creati ed organizzati, già attivi nel 1940, e che comprendevano circa un centinaio di persone in Imperia e fuori di Imperia, venne a contatto con esponenti di altri gruppi e con altri antifascisti. In queste pagine si limiterà a ricordare qualche persona isolata e alcuni fra gli esponenti di gruppi che, durante la guerra o subito dopo, svolsero una certa attività o ebbero qualche mansione, mentre spera di potere essere più completo in un eventuale studio più ampio. Così vengono ricordati specialmente: l'ing. Vincenzo Acquarone, con gli Oddone Ivar e Bruno, con Eliseo Lagorio, con Todros Alberto, con Carlo Carli e con altri: il prof. Bruno Giovanni, con Ugo De Barbieri di Genova, con Gazzano Federico, col sergente Alfredo Rovelli di Sanremo, e con altri; il rag. Giacomo Castagneto; Felice Cascione; Magliano Angelo (residente a Milano); l'avv. Ricci Raimondo [...]
Giovanni Strato, Storia della Resistenza Imperiese (I^ zona Liguria) - Vol. I. La Resistenza nella provincia di Imperia dalle origini a metà giugno 1944, Editrice Liguria, Savona, 1976, ristampa del 2005 a cura dell’Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, p. 59
 
Fu il primo impatto con il compagno Giacomo Castagneto. Al suo apparire, fui io a prendere l'iniziativa, dopo che lui ci chiese qual'era il motivo della visita. Nei miei ricordi questo momento è rimasto impresso in modo chiaro e nitido. Gli dissi: "Io sono Alfredo Rovelli e questo è mio fratello Enrico, Federico lo conoscete, noi invece siamo di Albenga. Siamo venuti per conto della sezione del PCI di Albenga per allacciare un contatto con quella di Imperia. Siamo nelle vostre mani se abbiamo sbagliato..."
[...] In quell'appartamento ed in quel giorno di febbraio del 1941 aveva inizio quella collaborazione che nei libri editi dall'ISRECIM viene definita anomala. Da quel giorno, la collaborazione tra la Federazione Comunista di Imperia e la Sezione di Albenga fu avviata. Venni nominato membro della Federazione con la delega per la zona di Albenga. Partecipavo alle riunioni che, di volta in volta, si succedevano in ambienti diversi di Porto Maurizio, Oneglia, Castelvecchio, Diano Marina. Ad Albenga fu creata una segreteria di Sezione con il seguente organico: Emidio Viveri segretario, membri del direttivo: mio fratello Giovanni Rovelli classe 1899, barbiere, e Guido Enrico (Scidoro), agricoltore.
[...] Alla fine di ottobre del 1942 fui incaricato dalla Federazione Comunista di Imperia di mettermi in contatto con il compagno Tommaso Frontero che lavorava come barbiere a Bordighera. Ci demmo appuntamento sul piazzale della stazione ferroviaria della Città, per lui il segno di riconoscimento era un cappello nero di feltro ed un giornale sotto il braccio. Il mio era il colore dei miei capelli rossi. Insieme al Frontero era un altro giovane sui trentacinque anni che, in seguito, conobbi come Ettore Renacci. Ci incamminammo verso la Via Aurelia parlando sommessamente e spiegai le ragioni della mia venuta a Bordighera. Furono poche parole con le quali mi premurai di sapere le condizioni di organizzazione del gruppo locale, nonché se esistevano i presupposti per la costituzione di una Sezione del Partito Comunista. La loro risposta fu affermativa e mentre camminavamo verso l'abitazione del compagno Renacci mettemmo a punto come doveva avvenire il collegamento tra la loro Sezione e la Federazione, e di ciò mi impegnai in prima persona con il Renacci.
In seguito a quest'incontro, in pochi mesi la rete organizzativa del Partito Comunista si poteva arricchire anche della Sezione di Ventimiglia. Merito di tutto ciò era sia del Frontero che del Renacci.
Da Ventimiglia ad Albenga la macchina operativa del Partito era ora funzionante.
Francesco Biga, Felice Cascione e la sua canzone immortale, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, tip. Dominici Imperia, 2007

Verso la fine del '42 alcuni antifascisti di Bordighera, o ivi residenti, che precedentemente svolgevano un'attività contro il fascismo non coordinata, si riuniscono, e formano un gruppo organizzato. Fra questi antifascisti Tommaso Frontero allaccia il gruppo al PCI di Sanremo e prende contatto con i comunisti sanremesi Luigi Nuvoloni, Umberto Farina, Alfredo Rovelli. Ai primi del '43 si crea in Bordighera il comitato comunista di settore, con a capo Tommaso Frontero, Ettore Renacci e Angelo Schiva. In seguito a queste persone si aggiunsero altre, fra cui Charles Alborno, Siffredo Alborno, Pippo Alborno, l'architetto Mario Alborno (che prese poi il nome di battaglia Cecof), Renzo Rossi. Dopo il 25 luglio 1943 il gruppo entra in contatto con altri antifascisti di Bordighera, fra i quali Renato Brunati, indipendente. Al gruppo si aggregano nuovi elementi.
Giovanni Strato, Op. cit. 
 
Ettore Renacci, Tommaso Frontero e Angelo Schiva facevano parte di un gruppo comunista formatosi già all'inizio del 1943 in Bordighera. Nel dicembre dello stesso anno, tale gruppo assunse la denominazione di «Comitato Comunista di Settore» e si unì ad elementi di altre correnti e partiti antifascisti. In seguito all'attività comune fu creato il CLN di Bordighera per la lotta resistenziale ma la rete clandestina venne scoperta e sgominata. Frontero e Renacci furono arrestati nelle rispettive abitazioni verso le 8 del 23 maggio 1944. Subirono maltrattamenti e furono condotti a Imperia: se ne decise la fucilazione per il 25 maggio. Ma la Gestapo li considerava elementi troppo preziosi e cercò di indurli a rivelare notizie utili sull'organizzazione antifascista. Frontero e Renacci raggiunsero quindi le carceri di Marassi e, nel giugno, fecero parte di un gruppo di 59 prigionieri trasferiti da Genova a Fossoli per mezzo di camion. A Fossoli il Renacci venne fucilato ed il Frontero inviato nei Lager in Germania.
Carlo RubaudoStoria della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria) - Vol. II. Da giugno ad agosto 1944, edito a cura dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, Imperia, Dominici Editore, 1992

lunedì 1 agosto 2022

Quattro viaggi via mare, fra Ventimiglia e Nizza, senza segnalazioni

Una vista sulla Costa Azzurra ed il Principato di Monaco

[...] ma l'organizzazione S.A.P. proseguiva senza soste. Alla fine di dicembre [n.d.r.: 1944] si erano formati 4 distaccamenti in città [n.d.r.: Sanremo] un quinto a Ospedaletti ed un sesto a Bordighera, Vallecrosia, Ventimiglia.
[...] Recezione del Cap. Bentley proveniente dalla Francia.
Salvataggio del maggiore Romano, della missione Gino e di quella di Leo e Rosina trasportati in Francia; 4 viaggi via mare, fra Ventimiglia e Nizza, senza segnalazioni, con trasporto di armi e munizioni per le formazioni di città e di montagna.
Invio di armi a Neggi, alle forze Armate.
Trasporto in Francia, via mare, di prigionieri alleati.
La Frontiera Italo Francese venne attraversata 20 volte, via terra con trasporto di messaggi, viveri e munizioni.
Trasporto fra Bordighera e Ospedaletti e quindi a Sanremo di armi.
[...] Il 23 aprile al primo annuncio dello sganciamento tedesco le SAP e GAP vennero mobilitate e poste al diretto comando dei suoi ufficiali.
Il 24 aprile, nelle prime ore della mattina, vennero iniziati, in tutto il circondario, i combattimenti.
Le Sap di Bordighera e Vallecrosia occuparono le cittadine dopo aver ucciso 13 nazifascisti e averne catturato 5 [...]
IL COMANDANTE DELLE BRIGATE S.A.P. (Rag. Antonio Gerbolini) - IL PRESIDENTE DEL C.C.L.N. DI SANREMO (Dott. Cristel Giovanni)
Relazione del C.L.N. circondariale e del comando S.A.P. di Sanremo sull'attività della V^ VI^ VII^ Brigata S.A.P. (Dalla loro costituzione al 25 aprile), documento in Fondo “Giorgio Gimelli”, ILSREC, copia di Paolo Bianchi di Sanremo (IM)


[ n.d.r.: l'estratto - in quanto tale pressoché inedito - della relazione dei patrioti di Sanremo, qui sopra pubblicato, si riferisce, nella sua schematicità, al Gruppo Sbarchi Vallecrosia, il gruppo più specializzato della SAP della zona di confine. Gruppo Sbarchi, una definizione la cui genesi non era più chiara agli stessi protagonisti che a distanza di decenni dagli eventi della Resistenza resero le loro testimonianze a Giuseppe Mac Fiorucci per la stesura dell'omonimo opuscolo (Gruppo Sbarchi Vallecrosia, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia - Comune di Vallecrosia (IM) - Provincia di Imperia - Associazione Culturale “Il Ponte” di Vallecrosia (IM), 2007): furono interviste molto vivaci, che hanno gettato molta luce anche sugli aspetti più tecnici delle richiamate operazioni, ma che hanno anche tratteggiato le singole adesioni alla Resistenza e personali, precedenti trascorsi in montagna. Forse sono utili alcuni collegamenti, in ogni caso non esaustivi della materia. La più recente fatica di Sergio Favretto, "Partigiani del mare", pur nel suo puntuale svolgimento con inquadramento in accadimenti di portata più generale, è molto atta allo scopo. Per il giusto rilievo - supportato, tra l'altro, con la copia di una dichiarazione del comandante della I^ Zona Operativa Liguria, Nino Siccardi, "Curto" -, dedicato ai compiti specifici svolti da Renzo Rossi. È opportuno sottolineare che il Gruppo Sbarchi si fece già trovare pronto per la Missione Kahnemann, partita da Vallecrosia nella notte tra il 14 ed il 15 dicembre 1944, per cui sarebbe interessante indagare sulla preparazione ricevuta, ad oggi scarsamente attestata, se si escludono, forse, l'incarico - vedere infra - dato a settembre 1944 da Vitò [Giuseppe Vittorio Guglielmo, che si firmava Ivano] allo stesso Renzo Rossi ed i viaggi oltre confine di Alberto Nino Guglielmi. Si riproducono qui di seguito alcuni brani già pubblicati. Il mentovato documento Gerbolini-Cristel risulta, dunque, significativo, nell'economia di questo discorso, non tanto perché introduca nuove informazioni quanto per fare il punto con una fonte sinora mai pubblicata circa una narrazione complessa, nella quale diversi furono gli attori (a titolo dimostrativo si citano adesso il sergente Bertelli ed i suoi bersaglieri e i fratelli Biancheri, martiri della Resistenza). E diverse furono le interazioni, non sempre positive, come per gli effetti a cascata ingenerati dall'agguato mortale compiuto ai danni del capitano Gino Punzi, in quanto dall'arresto del suo radiotelegrafista, costretto dai nazisti a trasmettere falsi messaggi all'OSS di Nizza, si pervenne, per vie traverse, anche al ferimento del comandante partigiano Stefano Leo Carabalona. In questo quadro, risulta opportuno fare un cenno anche ad altri passaggi clandestini in Francia, compiuti - non sempre via mare in verità - da altri patrioti, specie di Ventimiglia, in genere, come fu il caso di Paolo Boi, qui messo in evidenza ] 

Loi resta in territorio francese, opererà tra Carnoles e Mentone in qualità di addetto a radio libera; ritornerà [a Ventimiglia] saltuariamente via Grammondo, Grimaldi  e la Mortola;  la sua missione è di trasmettere notizie militari, di portare in salvo altri perseguitati e, poiché i suoi genitori erano in pericolo, attendeva di portarli oltre confine.
don Nino Allaria Olivieri, Ventimiglia partigiana… in città, sui monti, nei lager 1943-1945, a cura del Comune di Ventimiglia, Tipolitografia Stalla, Albenga, 1999

A settembre 1944 insieme a Renzo Rossi partecipai all’incontro con Vitò [Giuseppe Vittorio Guglielmo, in quel momento comandante della V^ Brigata d'Assalto "Luigi  Nuvoloni" della II^ Divisione "Felice Cascione", da dicembre 1944 comandante della II^ Divisione "Felice Cascione"]. Ci accompagnò Confino, maresciallo dei Carabinieri che aveva aderito alla Resistenza. Vitò investì formalmente Renzo Rossi del compito di organizzare, per la nostra zona, il S.I.M. [Servizio Informazioni Militari] e la S.A.P.: io fui nominato suo agente e collaboratore.  
Renzo Biancheri, "Rensu u Longu", in Giuseppe Mac Fiorucci, Gruppo Sbarchi Vallecrosia,  ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia - Comune di Vallecrosia (IM) - Provincia di Imperia - Associazione Culturale "Il Ponte" di Vallecrosia (IM), 2007  

Novembre 1944 mio passaggio in Francia perché in qualità di capitano pilota avrei potuto prospettare lanci nella zona. Per equivoco al mio arrivo fui arrestato e sottoposto a duri interrogatori da parte della polizia francese delle Nouvelle Prisons di Nizza. Chiarito l'equivoco, mi offro volontario per essere sbarcato da solo nella Val Nervia per preparare la ricezione della missione alleata capeggiata dal cap. Bentley. Sbarcato alle 2 di notte da un motoscafo inglese, mi trovai sulla spiaggia di Val Nervia solo per 6 giorni. Presi poi i contatti con Gino [n.d.r.: Luigi Napolitano di Sanremo (IM), in quel periodo ancora commissario del I° Battaglione "Mario Bini" della V^ Brigata "Luigi Nuvoloni" della II^ Divisione] e Curto [Nino Siccardi]. Segnalai per varie notti consecutive a mezzo di lampadina elettrica la possibilità di sbarco della missione. Il 6 gennaio 1945 la missione sbarcava...
Antonio "Tonino" Capacchioni, manoscritto, documento Isrecim, pubblicato in Giuseppe Mac Fiorucci, Op. cit.

L'attività della Squadra di azione patriottica di Vallecrosia-Bordighera fu indubbiamente una delle più ardite più pericolose...
I collegamenti con la montagna venivano mantenuti dai sapisti stessi; e quelli con Sanremo da Renzo [Stienca Rossi] e negli ultimi tempi dal giovanissimo studente Enrico Cauvin [di Vallecrosia].
All'inizio l'attività della SAP aveva carattere informativo, costituendo essa il SIM della zona e funzionando spesso di collegamento con le formazioni di montagna, stanziate nell'immediato retroterra.
Mario Mascia, L'Epopea dell'Esercito Scalzo, Ed. ALIS, Sanremo (IM), 1946, ristampa del 1975 a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia

venerdì 22 luglio 2022

In fuga da Nizza verso la Cima del Diavolo

Due pagine del diario di Ezio Bartoli. Fonte: Manlio Calegari, art. cit. infra

Cima del Diavolo. Fonte:Wikipedia

[...] Nel 1943 in Francia, l’8 settembre, anzi il 9 perché ancora la sera dell’8 non sapevano niente, l’avvenire era incerto e piuttosto inquietante. Wenzel, il comandante tedesco della piazza di St. Cyr, aveva parlato chiaramente: o con noi o prigionieri in Germania nei “campi”; una settimana per decidere. I tedeschi più vecchi avevamo messo gli italiani sull’avviso: i campi erano molto duri, pericolosi, meglio evitarli. Tra noi, anche i più passivi, l’armistizio era percepito come una sconfitta, una partita chiusa. I ragionamenti che erano seguiti, che avevamo sollecitato e che miravano alla sopravvivenza, ci avevano spinto a ragionare della guerra. Per i tedeschi invece era come se il fatto non fosse avvenuto, un semplice incidente di percorso capitato ad un alleato che giudicavano incompetente, pavido. Per cancellarlo gli bastava il canto serale, l’accantonamento, gli ordini stentorei, gridati; la macchina della disciplina.
A St. Cyr il parlamento degli italiani era cominciato allora, dopo l’ultimatum di Wenzel. Avevano discusso per ore e giorni, “ma con un certo ordine, una specie di divisione di compiti.” Il gruppetto deciso per il “no”, pochi e se ricordo con argomenti diversi, si è diviso i compiti alla ricerca di nuovi seguaci. Non avevamo esperienza di discussioni di gruppo; disabituati al confronto; il fascismo conosceva solo manifestazioni di assenso e tra noi la maggior parte non era andata oltre le elementari.
[...] 8 ottobre - Sulla montagna con il picco. Intorno la libertà. Piani di fuga. Mine. Le ore corrono e l’ora della libertà si avvicina. Riusciremo? Dio ci aiuterà. Monsieur Torrel. In cerca di panni. Giornata febbrile e Liliana e gli altri con noi. La notte.
9 ottobre
(in testa alla pagina Ezio aggiungerà in seguito a matita Bandol-Nizza)
Solo mezza giornata: Marinette ci aiuta. Tutti ci aiutano. Gli abiti ci sono. Da Emilio con le carte. Piani si cambiano. Uno sembra buono. Brucio la posta. Che dolore. Povero Martone. Alla spiaggia per l’ultima volta. Ancora piani.
10 ottobre domenica -
(distinto dal 9 con tratto - successivo - in rosso)
Da monsieur Lorenzo. A gara per aiutarci. Ultimi ritocchi ai piani. Febbrile attesa. Programmationi. Jean Pierre Amanti. Si parte attraverso i campi di St Cyr. Ancora vedo Liliane e Luise. Tutti con noi. A Bandol. Siamo sfacciati. In mezzo ai gendarmi e ai tedeschi. Si fila verso l’Italia. A Nizza all’1a.
11 ottobre - Notte terribile nel cespuglio. Si parte per Sospel. Tutti ci aiutano. Sui respingenti a 100 all’ora. Tutto bene. Si scende a Lescaren
[n.d.r.: L'Escarène]. Un italiano ci aiuta. Si chiama Francesco Lazzero. Pascoliamo le capre e cerchiamo funghi. Si riparte sulle montagne. Altri ci aiutano. Dormiamo in un letto e mangiamo minestra. Incoraggiamento. Buona notte.
12 ottobre - Sveglia alle 6 e partenza verso il colle del diavolo. Piera Cava
(forse Cayre de Pia berg oppure Pian Cavala)  [n.d.r.: invece, sicuramente, Enzo Bartoli intendeva Peïra-Cava, villaggio di Lucéram] è passata. La guida ci lascia si chiama Neri Olindo. Proseguiamo altri 20 km. Altri aiuti. Per le grandi pinete in luoghi bellissimi cercando funghi ci avviciniamo a Turiné [n.d.r.: Col de Turini]. Passiamo Turiné e marciamo verso il diavolo. Senza acqua. Fra le tracce della ritirata italiana. 6 bombe.
13 ottobre - Alle 5 sul Diavolo
[n.d.r.: Cima del Diavolo]. Acqua. Si scende verso i laghi. Arriviamo a S. Dalmazzo di Tenda alle 10. Tutto è silenzio. Dormiamo nella caverna col fuoco vicino. Notte terribile. Scendiamo all’Europa. Colazione. Pranzo. Attesa. Conoscenza simpaticissima. Sigarette e uva. Sul treno verso Villanova. Marcia forzata. Carabinieri. Finalmente si arriva. Scena madre.
14 ottobre - Sveglia ritardata. Siamo borghesi. Prime impressioni in Villanova. Ottime le sorelline. Buonissima gente. Tanta pace. Il gatto vicino al fuoco. Il desco fumante. Parole affettuose. Sono malinconico. Rollan è triste. Domani partirà. Vorrei partire anch’io e lottare col mio fratellino. Si gioca alle bocce. Sono la negazione indubbiamente. Serata pacifica. Si parla del domani. Fiducia.

15 ottobre - Rolan parte. Buona fortuna. Andiamo a Racconigi in bicicletta. Poi a pranzo e a passeggio. Sento forte il desiderio di andarmene. Fare l’ultimo pezzo della fuga.
16 ottobre - Mi preparo con qualche capo di vestiario di Nino. Lascio la tuta blu da operaio francese con emozione. In fondo, come maschera, è servita benissimo e è costata una divisa militare.
17 ottobre domenica - Domenica torno a Genova a Savona cambio treno è il solito merci con vagoni per cavalli 10 e uomini 40 arriva Sampierdarena e prendo il 7 che va Pontedecimo.

(La scrittura prosegue su Lunedì 18 corretto a matita con “domenica 17”.
Scendo dal Gomella e incontro subito gente che mi saluta come se non fossi mai partito.
(Da qui alla fine gli appunti  - occupano gli spazi dal 19 al 22 ottobre - mostrano una grafia differente e più matura come fossero stati tracciati in seguito)
L’arrivo a casa è drammatico io nella scala faccio il fischio abituale e loro aprono la porta in lacrime avevano capito che ero tornato. Pur essendo in Italia da giorni non era stato possibile comunicarlo a casa. Questo ha ritardato l’incontro di qualche giorno ma è stato bello lo stesso. Dopo mangiato sono andato a dormire per tutto il pomeriggio e tutta la notte. Solo lunedì è tornato tutto quasi normale. E sono cominciate le storie di tutti quei mesi con dentro avvenimenti storici come il 25 luglio e l’8 settembre. La fame, i bombardamenti, la miseria nera e la vita sempre appesa a un filo ogni giorno. Ora eravamo riuniti di nuovo; i nonni erano morti tutti  ma la vita riprendeva a fatica; la guerra non finiva mai.
(Gli appunti che seguono sono stati stesi da Ezio, attorno al 2010, comunque dopo la pubblicazione de "La Sega di Hitler", in una fase di personale e solitario ripensamento della materia trattata durante la composizione del libro).
10 ottobre domenica - Qualcuna ci porta una bicicletta con un cesto sulla ruota. Noi lo riempiamo di tutto quello che dobbiamo scambiare con i francesi per avere abiti civili. Lasciamo Les Leques e uno a piedi  (cioè con bicicletta alla mano) e gli altri due a piedi raggiungiamo la casa di M. Torrel a St Cyr dove ci togliamo le divise e ci vestiamo da francesi. A me tocca una vecchia tuta blu a due pezzi e una maglietta di cotone blu; conservo gli scarponi perché sono molto consumati e hanno perso l’identità di scarpe militari. Il travestimento è completato da una sacca di tela con tracolla molto in uso in Francia in quel periodo di grande miseria in tutti gli strati sociali. Ringraziamo i francesi e con grande cautela (perché è ancora mattino presto e sopra ci sono tedeschi che dormono lasciamo a piedi St Cyr e attraverso i vigneti ci dirigiamo verso Bandol dove al pomeriggio dovremmo prendere il treno per Nizza. Tenuto conto che tutte le stazioni sono sorvegliate dai tedeschi i biglietti come previsto dal piano sono stati comprati dai nostri amici francesi (Marinette, Emilio ecc.) e passati a noi quello stesso giorno.
[...] Alla stazione di Nizza - è notte e c’è l’oscuramento - in fila verso l’uscita notiamo che la porta è controllata da un gruppo di tedeschi che perquisisce la gente e vuole vedere i documenti. Rallentiamo, piano piano ci facciamo superare e riusciamo a essere ultimi e a tornare verso il treno. Nel buio a fatica, troviamo un punto della recinzione che ci consente di uscire all’estremità occidentale della piazza della Stazione. Ci uniamo agli ultimi passanti per allontanarci ancora dalla stazione in direzione di un giardino pubblico dove dovremmo passare la notte. Ma è chiuso. Nessuno di noi conosce Nizza in più il coprifuoco e l’oscuramento ci mettono in crisi. Fa anche freddo. Abbiamo il primo momento di sconforto.  Vaghiamo nel buio cercando di non far rumore alla ricerca di un riparo. Uno di noi sente dell’erba sotto le scarpe, poi un cespuglio, degli altri cespugli. Decidiamo di fermarci lì. Siamo talmente stanchi che crolliamo letteralmente tenendoci stretti gli uni agli altri per scaldarci. Un pendolo che batte le ore e un uomo che tossisce scandiscono la nostra prima notte di Libertà. Al mattino qualcuno mi strattona violentemente. Apro gli occhi a fatica e anche le orecchie per poter capire cosa succede molto velocemente perché la notte sta per finire. La realtà è che ci siamo addormentati un’aiola di un giardino pubblico molto in vista, vicinissimo a molti palazzi.
Ancora pochi minuti e saremmo stati sorpresi addormentati in mezzo alla strada. Ci allontaniamo verso la stazione per prendere il treno che deve portarci a Luceran
[n.d.r.: Lucéram]. Da lì in poi solo a piedi fin oltre il confine passando per la terrificante Cima del Diavolo. Ezio Bartoli
Manlio Calegari, Tra scrittura privata e grande storia. “Il diario dell’artigliere Ezio Bartoli”. gennaio-ottobre 1943, La Divisione Partigiana “Coduri”- Fonti per la Storia

venerdì 24 giugno 2022

Finita la guerra, Rachele e suo padre tornarono a Vallecrosia e nell'estate del 1945 riuscirono a riaprire la farmacia


Nel 1938 in Italia furono introdotte le leggi razziali. Gli Ebrei furono espulsi dalle scuole e dagli uffici pubblici. Conseguentemente Alessandro con la sua famiglia subì la revoca della cittadinanza italiana appena ottenuta, ma gli fu consentito di continuare la sua attività professionale. Il 10 giugno del 1940 l'Italia entrò in guerra...
Agli inizi del 1943, dopo una lunga malattia, morì Fanny per i postumi del mal di cuore e per quelli della paresi alla mano. Nel frattempo in Italia i fascisti, sollecitati dai nazisti, aumentarono la persecuzione nei confronti degli Ebrei, che, abbandonate le città di residenza, cercavano rifugio all'estero ammassandosi nelle zone vicine alle frontiere.
La famiglia di Croce Guido (classe 1930) viveva in una casetta situata a trenta metri dal Torrione di Sant'Anna, a nord della ferrovia. Al di là della strada ferrata, sulla spiaggia in mezzo alle canne, protetta dalle furie delle onde possedeva una baracca che utilizzavano nel periodo estivo. Dopo molti anni Guido ricordava che il brigadiere dei Carabinieri della locale stazione andò a trovarli a casa e chiese a suo padre Ettore di ospitare per una notte nella baracca venti ebrei che gli avevano chiesto aiuto.
E così avvenne. Nottetempo, dalla Francia sopraggiunsero delle barche e su  queste gli ebrei vennero trasportati a Montecarlo e da qui messi in salvo in luoghi sicuri. Guido col magone nel cuore dichiarava: "Non è vero che tutti i fascisti erano antisemiti!".
L'8 settembre del 1943 il Governo Badoglio diede l'annuncio della firma dell'armistizio con gli Anglo­Americani. Come reazione i tedeschi si preoccuparono di trasferire le loro truppe in Italia  ed  anche in Liguria.
A Vallecrosia occuparono la residenza del Principe Russo, la villa Cava e vi installarono il supremo Comando militare.
A quel punto, il Capo della Polizia fascista comunicò ad Alessandro che, suo malgrado, da quel momento non avrebbe potuto più proteggerlo. Difatti la vigilanza poliziesca subì subito una radicale trasformazione. Da normale controllo divenne repressione: i militari tedeschi a bordo di una motocicletta, su cui era installata una mitragliatrice andavano avanti e indietro da Ventimiglia a Bordighera, di giorno e di notte. Quando catturavano qualcuno, al malcapitato, il minimo che poteva succedergi era quello di essere costretto ad ingerire dell'olio di ricino. Il massimo la morte, come avvenne per un cittadino di Vallecrosia, trovato in possesso di una radio­trasmittente.
Si scatenò allora la solidarietà dei vallecrosini nei confronti degli Zitomirski: a turno, e per la durata massima di due giorni, li ospitarono di nascosto nelle baracche situate vicino alle loro abitazioni, offrendo loro vitto ed un giaciglio di fortuna.
Per porre fine a questa vita randagia, Alessandro e Rachele cercarono rifugio a Verezzo, sopra Sanremo, in una zona montuosa denominata "Rodi", presso la famiglia Modena Giuseppe.
A consigliare loro tale località, assai distante da Vallecrosia, fu una carissima amica e coetanea di Rachele, la signorina Bilour, i cui genitori erano proprietari di una fabbrica di racchette da tennis a Bordighera. Consapevole che la famiglia Zitomirski era molto nota nel comprensorio ventimigliese era certa che i loro spostamenti sarebbero stati notati facilmente da tutta la popolazione e anche dai tedeschi durante i controlli nell'estenuante ricerca degli ebrei.
Redazione, ... continua la storia della Famiglia Zitomirski. La vita di Rachele Zitomirski, L'eco del Nonno, Notizie dalla RPA CASA RACHELE, Febbraio 2015, N. 14

E chissà se apparteneva alla famiglia di Giuseppe Modena anche l'Antonio Modena identificato come partigiano dai brigatisti neri di Sanremo: in proposito si veda questo articolo? Adriano Maini

Facevo da staffetta tra Negi e Vallebona.
In settembre insieme a Renzo Rossi partecipai all’incontro con Vittò [Giuseppe Vittorio Guglielmo, in quel periodo comandante della V^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Luigi Nuvoloni" della II^ Divisione "Felice Cascione" e, da dicembre 1944, comandante della Divisione stessa]. Ci accompagnò Confino, maresciallo dei Carabinieri di Vallecrosia che aveva aderito alla Resistenza. Vittò investì formalmente Renzo Rossi del compito di organizzare, per la nostra zona, il SIM (Servizio Informazioni Militare) e i SAP (Squadre d’Assalto Partigiane), e io fui nominato suo agente e collaboratore.
Renato "Plancia" Dorgia in Giuseppe Mac Fiorucci, Gruppo Sbarchi Vallecrosia, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia - Comune di Vallecrosia (IM) - Provincia di Imperia - Associazione Culturale "Il Ponte" di Vallecrosia (IM), 2007

Le atrocità dei nazisti nei confronti degli Ebrei suscitarono forti reazioni presso la popolazione dei territori occupati e rafforzarono i movimenti di protezione verso coloro che erano oggetto dei soprusi dell'antisemitismo. Dal canto loro i Tedeschi, una volta arrivati a Vallecrosia, occuparono la casa dei Zitomirski installandovi il loro comando. Venuti a conoscenza di questo fatto, la prima famiglia che aveva ospitato i due ebrei si spaventò ed invitò Alessandro e sua figlia ad abbandonare la loro casa. Rachele sentì il mondo crollarle addosso e venne colta da una crisi di pianto mentre percorreva la strada mulattiera che conduceva alla sua modesta abitazione. In tale condizione la trovò un residente del borgo, tale Siccardi Mario che, impietositosi del caso, diede ospitalità a lei e al padre in un casolare deserto di sua proprietà, nonostante il parere contrario della moglie, anche lei preoccupata della reazione dei tedeschi, nel caso avessero scoperto il rifugio della famiglia ebrea.
Mario, coetaneo della dottoressa, aveva una figlia di sette anni e un figlio di tre che si affezionò a Rachele, la quale dall'inizio del suo soggiorno a Verezzo cambiò il suo nome, assai raro in Liguria e che avrebbe potuto far sorgere sospetti, in quello di Maria: difatti per tutti era la dottoressa Maria "la russa". Mentre il padre viveva sempre rinchiuso in casa, Rachele si spostava da una famiglia all'altra del borgo, in quanto era solita familiarizzare con tutti. Teneva rapporti quotidiani con la famiglia Siccardi, assisteva i figli quando tornavano a casa da scuola, chi da quella materna, chi da quella elementare. Era diventata esperta nell'arte culinaria e, poiché in casa Siccardi vi era un  forno, si dilettava a sfornare pizze e torte. Si interessava inoltre alla salute di coloro che cadevano malati, dandosi da fare per procurarsi le medicine del caso. Alla signora Rodi Ilia, che aveva avuto un brutto incidente, riuscì a procurare le medicine che erano introvabili. Avevano una buona disponibilità di denaro e nella loro casa non mancava mai nulla: per loro era facile procurarsi quanto gli abitanti del borgo non avevano. Ma, col passare del tempo, anche le loro sosta ze stavano assottigliandosi al punto che un giorno Maria (Rachele) si lasciò scappare questa frase: "Speriamo cbe questa guerra finisca presto, perché non abbiamo più liquidità!". Rachele aveva impostato la sua vita piena di  impegni cbe le consentivano di trascorrere alacremente il tempo, mentre il padre sempre rinchiuso in casa, giorno e notte, viveva nel terrore di essere scoperto, quindi giustiziato dai nazisti, e nel ricordo di sua moglie. All'insaputa di sua figlia, un giorno scappò da Verezzo e alcuni vallecrosini lo trovarono piangente di fronte alla tomba della moglie e subito avvisarono il suo amico e vicino di casa Anfosso Luigi, che, a bordo della Croce Rossa di cui era autista volontario, lo ricondusse a Verezzo prima che i nazisti lo scoprissero.
Redazione, ... continua la storia della Famiglia Zitomirski. La vita di Rachele Zitomirski, L'eco del Nonno, Notizie dalla RPA CASA RACHELE, Maggio 2015, N. 15

Gli Zitomirski erano anche aiutati dagli amici che avevano lasciato a Vallecrosia, i quali periodicamente, in bicicletta, portavano viveri ed informazioni, incontrandosi a metà strada, sulle alture di Sanremo. Queste erano persone coraggiose che, in cambio di niente e rischiando molto, avevano nascosto nelle soffitte e nelle cantine dei bauli colmi di indumenti e di oggetti personali della famiglia Zitomirski.
All'inizio del 1944 il governo Badoglio, scomparso dalla scena politica Mussolini, dietro la spinta dei Comitati di Liberazione Nazionale (CLN) e dei vari partiti che si erano ricostituti, fu costretto ad emanare provvedimenti [n.d.r.: che, va da sé, ebbero vigore nel Centro-Nord Italia occupato dai tedeschi solo una volta terminato il conflitto] per la reintegrazione dei diritti dei perseguitati politici e di quelli dei cittadini colpiti da provvedimenti razziali.
Pertanto, in forza del Reale Decreto Legge n. 26 del 20 gennaio 1944, la famiglia Zitomirski tornò ad avere la cittadinanza italiana.   
Finita la guerra, Rachele e suo padre tornarono a Vallecrosia e nell'estate del 1945 riuscirono a riaprire la farmacia.        
Redazione, ... continua la storia della Famiglia Zitomirski. La vita di Rachele Zitomirski, L'eco del Nonno, Notizie dalla RPA CASA RACHELE, Agosto 2015, N. 16

venerdì 3 giugno 2022

I tedeschi notano del movimento in paese, così il 14 dicembre inviano una pattuglia che uccide a sangue freddo alcuni anziani trovati nelle loro case

Torri, Frazione di Ventimiglia (IM)

Ventimiglia. La città di confine ha ricordato oggi il 74esimo anniversario dell’eccidio nazifascista nella frazione di Torri, dove il 14 dicembre del 1944 pattuglie di soldati tedeschi della 34^ Infanterie Division - Grenadier Regiment 253 e di bersaglieri della R.S.I., dopo aver circondato il paese, iniziarono la ricerca dei civili presenti. Nella rappresaglia morirono due uomini e due donne: Giovanni Zunino di 51 anni, Dionisio Berro di 79 anni, Emanuela Ballestra di 53 anni e Caterina Ballestra di 79 anni. I corpi vennero abbandonati sulla piazza e tra i vicoli del paese [...]
Redazione, Ventimiglia non dimentica l’eccidio nazifascista a Torri, Riviera24.it, 9 Dicembre 2018

Torri, Frazione di Ventimiglia (IM)

Negli anni 1930-1940 la mia famiglia risiedeva stabilmente a Ventimiglia per esigenze di lavoro di mio padre, dipendente delle Ferrovie dello Stato (Personale Viaggiante) e della mia frequentazione scolastica. Abitavamo in via Biancheri poco prima del giro "du Cavu". Ritornavamo a Torri soltanto nel periodo delle vacanze scolastiche.
[...] Le frazioni di Torri, Calvo, San Pancrazio, Serro e Villatella - allora collegata a Calvo da una mulattiera (la carrozzabile da Sant'Antonio verrà realizzata poi negli anni 1955-1960) - erano in quel periodo sovraffollate. Numerose famiglie di ventimigliesi vi avevano trovato rifugio per sfuggire ai quotidiani bombardamenti aerei e navali della Città.
L'ordine di sfollamento venne impartito dal Comando Tedesco a tutta la popolazione della vallata il 15 di novembre. L'evacuazione, sotto il controllo delle truppe tedesche, ebbe luogo nei giorni 20-21-22 novembre 1944. L'ordine era perentorio, chi non ubbidiva rischiava la vita. Nel frattempo i tedeschi posavano le mine anticarro ed antiuomo. Mine che causarono anche a guerra finita parecchi morti. Furono minati sentieri, portoni delle case, cantine ed anche mobili di casa.
La strada da Torri per Ventimiglia era già stata minata, appena dopo Calvo e fino alla Fornace Cappelli, il famoso "Giru da Culumbaira". Per superare questo tratto occorreva percorrere un sentiero nel fiume. L'esodo fu pertanto lento. Non essendo possibile utilizzare dei carri si potevano trasportare solo poche cose per volta. Vi era inoltre il pericolo di essere cannoneggiati dagli alleati, che, dal Grammondo, vedendo del movimento non esitavano a sparare.
Con la mia famiglia e trainando carretti a mano ho fatto 7 o 8 viaggi da Torri a Bevera dove ci attendeva un carro con cavallo. Durante uno di questi viaggi incontriamo un gruppo di tre soldati tedeschi con una mula bianca. Erano degli Alpenjäger, cioè dei soldati delle truppe alpine, e sicuramente si recavano a installare un nuovo posto di osservazione. Al contrario delle truppe tedesche di terra che calzavano stivali le truppe alpine erano dotate di scarponi con quel tipo di gomma di nuova invenzione detto Vibram. Fu la prima cosa che notai.
Stavo tornando dal viaggio precedente quando, vicino alla porta della cantina di una delle prime abitazioni del paese, noto stesa a terra una figura umana dalla quale sembra salire del fumo. Avvicinandomi mi rendo conto che era il corpo di uno degli alpini che avevo incontrato prima. Evidentemente aveva cercato di entrare in una cantina, che era stata minata dai suoi commilitoni, e ci aveva rimesso la vita.
Mi precipitai per portargli via quegli scarponi che ormai non potevano più servirgli... degli ottimi scarponi... con la suola di gomma... Per fortuna mio zio, intuite le mie intenzioni, mi era corso dietro e mi convinse a lasciare perdere. Sicuramente calzare quelle scarpe sarebbe stato pericoloso.
Chi non era in grado di portarsi dietro le proprie cose aveva murato quanto poteva nei sottoscala o dietro finte pareti, ma parecchi al loro ritorno finita la guerra non trovarono più nulla.
Alcune famiglie, non sapendo dove andare, si erano allontanate di poco dal paese, preferendo rifugiarsi nelle case e nelle stalle di campagna. Altri, specialmente se anziani, erano rimasti ugualmente in paese, convinti che la Croce Rossa Internazionale sarebbe poi passata a prenderli.
Dalle loro postazioni nei giorni successivi, i tedeschi notano del movimento in paese, così il 14 dicembre inviano una pattuglia che uccide a sangue freddo alcuni anziani trovati nelle loro case [...]
Albino Ballestra, 10 dicembre 1943 - 25 aprile 1945. Il lungo martirio della popolazione civile, in città e nelle frazioni in Renzo Villa e Danilo Gnech (a cura di), Ventimiglia 1940-1945: ricordi di guerra (con la collaborazione di Danilo Mariani e Franco Miseria), Comune, Studio fotografico Mariani, Dopolavoro ferroviario, Ventimiglia, 1995

Dintorni di Torri, Frazione di Ventimiglia (IM)

Elenco delle vittime decedute
Ballestra Caterina (fu Giovanni), anni 82, casalinga, civile
Ballestra Emanuela (fu Andrea), anni 53, casalinga, civile
Berro Dionisio (fu Giovanni), anni 79, contadino, civile
Zunino Giovanni (fu Sebastiano), anni 51, boscaiolo, civile
[...] Pattuglie di soldati tedeschi e di bersaglieri della R.S.I. circondano il paese ed iniziarono la ricerca dei civili presenti. Tutti quanti furono catturati e trucidati sul posto ed abbandonati sulla piazza e tra i vicoli del paese.
Roberto Moriani, Episodio di Frazione Torri, Ventimiglia, 14.12.1944, Atlante delle Stragi Naziste e Fasciste in Italia

Torri, Frazione di Ventimiglia (IM)

Il 14 dicembre rastrellamento nella frazione di Torri di Ventimiglia, dove sono trucidati gli ostaggi Giobatta Boetto, Caterina Ballestra, Giovanni Zunino, Dioniso Berro ed Emanuela Ballestra (di Antonio Ballestra non si ebbero più tracce).
Il giono successivo, sempre nella zona di Ventimiglia, a causa di rappresaglia nemica, cadono ancora: Giobatta Ballestra ed Enrichetta Palmero.
[...] Intanto Ventimiglia è sottoposta a pesanti bombardamenti dall'incrociatore francese "Gloire" che già varie volte si era presentato davanti alla città di confine e a Bordighera. Altro bombardamento aeronavale su Camporosso provoca morti e feriti.
Francesco Biga, Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. III. Da settembre a fine anno 1944, a cura Amministrazione Provinciale di Imperia e patrocinio Isrecim, Milanostampa Editore - Farigliano, 1977

giovedì 21 aprile 2022

Attacco partigiano presso la Cartiera di Isolabona (IM)

La Cartiera di Isolabona (IM)

Venne dato ordine di rafforzare la zona. Doria [n.d.r.: Fragola Doria, Armando Izzo] venne inviato a Pigna con la squadra di mortai da 81 e da 45, comandata da Leo il mortaista [n.d.r.: Vittorio Curlo] in modo che il centro della nostra linea formasse un baluardo formidabile e desse la possibilità alle ali di agire senza la preoccupazione di essere tagliati in due tronconi.
Rinforzata così la difesa di Pigna iniziammo le nostre azioni offensive condotte contro la media e bassa Valle del Nervia e contro la Valle del Roia; che, con la grande rotabile che l'attraversa, rappresentava l'unica via di rifornimento per le truppe tedesche attestate nel versante della valle stessa.
Il 26 settembre 1944 Doria, appoggiato da Leo con una squadra di fucilieri ed il mortaio da 45, sviluppò una azione di disturbo su Isolabona. Il mortaio si condusse egregiamente; non meno di 25 bombe caddero sull'edificio occupato dal nemico, che però non osò uscire  ed invano fu atteso dai nostri fino a sera.
Il 27 Doria con 6 garibaldini ed un mitragliatore si portò sulla strada fra Isolabona e Dolceacqua avendo gli informatori segnalato un prossimo arrivo di rinforzi nemici. Il gruppo prese posizione fra gli alberi in località Cartiera. Due garibaldinì col mitragliatore furono collocati in modo da poter battere d'infilata un rettilineo lungo circa 300 metri. Altri due uomini vennero posti in vedetta e lo stesso Doria con gli ultimi due, armati di mitra, scesero a pochi metri dalla strada, quasi a metà del rettilineo, in modo che chiunque avesse tentato di passare sarebbe stato bloccato di fronte dal mitragliatore e rafficato di fianco.
Alle 18 le vedette segnalavano la presenza del nemico. Si sente, in distanza, il rombo delle macchine ansimanti sulla dura salita. Poi alla svolta in fondo al rettilineo appare un autocarro tedesco. Il mitragliatore entra immediatamente in azione spazzando la strada, ma la macchina continua la sua marcia velocissima e passa davanti al gruppo imboscato presso la Cartiera. Doria punta alla cabina del conducente ed apre il fuoco col mitra: l'avversarlo, continuando a procedere, risponde con armi leggere: poi la macchina, accostando a monte, s'arresta bruscamente. Doria coi suoi due uomini si lancia all'attacco facendo uso delle bombe a mano. Gli scoppi assordanti degli ordigni di morte coprono il rombo di un secondo camion che sbuca sulla strada, la imbocca come un bolide e comincia a spazzarla con raffiche furiose. I nostri si arrestano, si stendono tra i rovi e continuano il fuoco in attesa che il mitragliatore, come d'accordo, blocchi col suo tiro l'automezzo nemico. Ma l'arma tace. Un terzo camion irrompe. Intorno ai nostri cade una pioggia di ferro e di fuoco, tagliando l'erba, stroncando i rami, forando i tronchi degli alberi: ogni ulteriore possibilità di continuare l'azione diventa impossibile: essi ripiegano, si ricongiungono alle vedette ed ai serventi della mitragliatrice, inceppatasi al culmine dell'azione, e per sentieri aspri ed impervi, senza che il nemico osi inseguirli, rientrano alla base.
Questo non è che uno dei tanti episodi della guerriglia feroce ed eroica che costituivano il nostro piano d'attacco, il quale e per la particolare conformazione del terreno montagnoso e per l'esiguità dei nostri mezzi, doveva venire condotto con un complesso di azioni isolate, improvvise ed ardite, apparentemente slegate, ma tutte dirette ad un unico scopo: non dar tregua al nemico, sorprenderlo ovunque, dargli la sensazione di aver di fronte forze numerose ed agguerrite, infliggergli continue perdite, bloccarlo nei suoi rifugi e, infine, avvilupparlo da tutte le parti, premerlo e ricacciarlo.
Mario Mascia, L'Epopea dell'Esercito Scalzo, Ed. ALIS, Sanremo, 1946, ristampa del 1975 a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia
 
Le forze tedesche hanno due presidi: uno a Dolceacqua ed uno a Isolabona. Questi presidi sono però insufficienti, ed il Comando tedesco tenta più volte, tramite alcuni preti, di chiedere ai partigiani una certa libertà di azione. In definitiva, una forma di tregua o, se vogliamo, un «modus vivendi», cioè un ignorarsi a vicenda. Si può ben immaginare la risposta del Comando garibaldino a tali proposte.
I Tedeschi tentano alcune volte di riconquistare Pigna ed ogni giorno bombardano la zona.
Nel frattempo «Doria Fragola», con un gruppo di partigiani, attacca ed infligge gravi perdite ai Tedeschi che sorvegliano gli abitanti di Isolabona e Dolceacqua, costretti a lavorare per riattivare il ponte di Banda semidistrutto precedentemente dai partigiani.
Ancora «Doria Fragola» effettua alcuni improvvisi attacchi in Val Roja e, in un'azione improvvisa a Breil, in territorio francese, rompe ponti e danneggia strade utili al transito delle truppe tedesche.
Infine, invia «Pagasempre» [n.d.r.: Arnolfo Ravetti, in seguito Capo di Stato Maggiore della V^ Brigata "Luigi Nuvoloni" della II^ Divisione "Felice Cascione"] ad un colloquio con i maquisards francesi, fissato a l'Escarène, nelle vicinanze di Nizza. I partigiani francesi si fanno attendere per tre giorni. «Pagasempre» si allontana con il suo gruppo, dopo aver fatto saltare il viadotto ferroviario Digne-Nizza, presso l'Escarène. «Tra il 25 settembre ed il primo ottobre - sono parole di Vittorio Curlo (Leo) - si ebbe qualche scaramuccia, ed il 26 settembre un nostro attacco di sorpresa ad Isolabona, col mortaio da 45 mm fatto venire da Langan per l'occasione, scaglia sulla postazione tedesca oltre 25 granate. L'azione è condotta da «Doria Fragola». Questi fatti si rivolsero a nostro favore perché riuscimmo a ricuperare munizioni».
«Doria Fragola» e sei garibaldini armati di mitragliatore si appostano, in località Cartiera, tra gli alberi soprastanti la strada Isolabona-Dolceacqua, per tendere un agguato ai Tedeschi di cui è segnalato il transito. «Doria» seguito da due suoi compagni scende fin quasi sul ciglio della strada e mitraglia un camion tedesco di passaggio, il quale, benché colpito, prosegue la corsa finché, ancora mitragliato dai partigiani rimasti nascosti, sbanda e si ferma. I garibaldini partono quindi all'attacco dei Tedeschi superstiti con lancio di bombe a mano, ma lo strepitio dello scontro nasconde il rumore di altri due camion che stanno arrivando. Occorre ritirarsi.
Il sopraggiungere improvviso di automezzi nemici, mentre infuria la battaglia presso il primo camion, presenta stretta analogia con lo scontro di Sella Carpe avvenuto nel giugno 1944.
Carlo Rubaudo, Storia della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria) - Vol. II. Da giugno ad agosto 1944, edito a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, Imperia, Dominici Editore, 1992