giovedì 6 gennaio 2022

Una raffica di mitragliatore proveniente da Cima Marta ci arrestò bruscamente

Fonte: Mapio.net

"Nella notte del 23 u.s. [23 febbraio 1945] venivano segnalati reparti tedeschi a Carmo Langan, Graj, Cima Marta e colle Sanson. Sospettando che si  trattasse di un rastrellamento i Distaccamenti sono stati spostati a sud della rotabile Pigna-Rezzo. Il 24 u.s. il rastrellamento venne eseguito con molta organizzazione:  la  zona venne controllata da 4 gruppi provenienti da Graj e Colle Sanson. Verso le ore 15 del  25 u.s. 3 quadrimotori americani si aggiravano con insistenza sulla zona di Cima Marta. Alle ore 12 circa del 28 u.s. comparvero nuovamente 5-6 quadrimotori che effettuavano diversi lanci di materiale su Cima Marta. Tentando di raggiungere i paracadute, i garibaldini venivano attaccati e 6 di essi risultano dispersi. Da informazioni avute risulta che i lanci constano di 280 pacchi paracadute avente ognuno 1 quintale di materiale (Sten, mitragliatori,  munizioni, caffè, vestiario, scarpe, medicinali...). Si presume che questi lanci siano stati intercettati dai tedeschi in quanto essi hanno carpito una emittente destinata ai partigiani con relativo cifrario. Si fa, pertanto, richiesta di sospendere questi lanci che rafforzano la possibilità di resistenza del nemico". 
Dal comando [comandante Vitò/Ivano Giuseppe Vittorio Guglielmo] della II^ Divisione "Felice Cascione" al comando [comandante Curto Nino Siccardi] della I^ Zona Operativa Liguria, documento IsrecIm, trascritto in Rocco Fava di Sanremo (IM), La Resistenza nell'Imperiese. Un saggio di regestazione della documentazione inedita dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia (1 gennaio - 30 Aprile 1945), Tomo II - Tesi di Laurea, Università degli Studi di Trieste, Facoltà di Scienze della Formazione, Corso di Laurea in Pedagogia - Anno Accademico 1998 - 1999
 
[...] un giorno, Mario Tucìn capitò a un'ora insolita.
Aveva aria triste: e i tre non faticarono a capire che doveva esserci qualcosa di brutto in giro.
Infatti toccò a lui che da qualche tempo, a ogni visita lì nel bosco, non faceva che parlare con entusiasmo di lanci coi quali gli alleati promettevano ai partigiani armi, munizioni, equipaggiamenti, viveri e ogni altro ben di Dio, toccò a lui, raccontare: "Ieri i partigiani Natale, Nicola, Martin, Remo, Cunfin, Mario di Gerbonte e suo fratello Nino non hanno più fatto ritorno dalla cima di monte Marta. Erano andati con una squadra a ricevere il lancio; ma i tedeschi, informati chissà per quali vie, gli han tesa l'imboscata, e solo pochi sono ritornati vivi".
S'era trattato del primo e unico miserabile lancio alle formazioni garibaldine del Ponente ligure.
Fra i caduti, c'era anche l'anziano Cunfin, l'idealista che non aveva mai piegato alla dittatura [...]
Bruno Luppi [n.d.r.: comandante partigiano "Erven"], Saltapasti, La Pietra, Milano, 1979
 
Nella zona di Baiardo, Monte Ceppo e Cima Marta, verso il 20 febbraio 1945, venne effettuato un rastrellamento, compiuto da una quindicina di militi della compagnia di Sanremo della GNR al comando del tenente Giuseppe Salerno, da un reparto di bersaglieri, da Brigate Nere e da soldati tedeschi. Il rastrellamento durò circa una settimana senza che i nazifascisti riuscissero ad ottenere esiti positivi, fino al giorno in cui gli alleati fecero un lancio paracadutato di armi e di viveri a Cima Marta. Il lancio venne intercettato dai tedeschi e fascisti presenti in forze. I partigiani che raggiunsero la zona del lancio trovarono i nemici in attesa e dovettero abbandonare pressoché tutto il materiale e fuggire perché in evidente inferiorità numerica, lasciando sul terreno quattro compagni. L’episodio viene narrato dal partigiano Leo Anfosso (Pavia) dal cui racconto riportiamo un estratto: «Eravamo al 28 febbraio 1945, nell'ospedale della V^ Brigata, a Drondo (Triora). A Cima Marta ci fu un lancio di molti paracaduti. In tutta la zona non c'era alcun Distaccamento. La V^ Brigata era riuscita nei giorni avanti a rompere il cerchio che la stava per chiudere nella zona di Bregalla e si era portata a Badalucco. I Tedeschi ed i fascisti avevano compiuto rastrellamenti con cinque diverse colonne, ma non avevano agganciato alcun Distaccamento. Divorammo la strada che porta a Borniga e da lì prendemmo la mulattiera che porta a Cima Marta; dopo un'ora e mezza ci trovammo sotto la casermetta di Sanson, ormai vicino alla meta. Una raffica di mitragliatore proveniente da Cima Marta ci arrestò bruscamente. Nello stesso istante, dalla casarmetta uscirono una dozzina di soldati armati. Lungo la strada militare avvistammo un gruppo di quattro soldati che, evidentemente, seguivano i nostri movimenti. Altri spari, frattanto, venivano dal campo di lancio e capimmo che i garibaldini erano stati attaccati. Ci ritirammo verso la frazione di Gerbonte per avere notizie di quelli che, saliti di là, avevano incontrato resistenza. Verso le ore 17 arrivarono Moraldo Giovanni e il maestro “Grinda”. Ci fornirono le prime notizie. Erano giunti al campo di lancio senza trovare nessuno, mentre affaccendati si davano da fare per aprire i pacchi, furono improvvisamente attaccati ed allora dovettero cercare scampo nella fuga che, la neve abbondante, rendeva quanto mai problematica. Avevamo visto Natale Oddo (Saetta) cadere sotto una raffica mentre cercava di montare uno “Sten”, preso in un pacco, per sparare contro i Tedeschi. Al cadere delle tenebre mancavano ancora, oltre a Oddo, Giuseppe Pirozzini (Confino), Mario Di Blatto (Nicola), Mario Moraldo (Bosana). Giunsero Nino e Remo che ci avvisarono che Mario Moraldo, ferito alla coscia ed impossibilitato a proseguire, era nascosto vicino alla caserma di Cima Marta ed attendeva che nella notte andassimo a prenderlo con la barella. La delusione per il lancio perduto e per i compagni assenti, della cui sorte oramai incominciavamo a dubitare, ci demoralizzò moltissimo. Partimmo alla loro ricerca in venti verso le ore 23. A mezz'ora di strada dove era stato lasciato Mario, raffiche di “Sten” nell'aria, delle sentinelle tedesche, ci arrestarono. Eravamo in quel momento in sette, Petrin, Ernesto, “Leopardo”, Rinaldo Rizzo (Tito) - vice comandante della Divisione “F. Cascione” -, Ivar Oddone (Kimi) - commissario della stessa Divisione -, Nino, fratello di Mario, ed io. Ogni tanto le raffiche delle sentinelle che temevano agguati, ci mozzavano il respiro. Sprofondavamo nella neve fino alle ginocchia e faticavamo a proseguire. Eravamo oramai vicino al nostro compagno ferito, compimmo l'ultimo tratto strisciando, cauti, per non farci scorgere dalle sentinelle tedesche, in quella chiarissima notte di plenilunio. Mario ci guardava da lontano, non capiva che accanto a lui c'era il fratello, che c'ero io, io che volevo farlo respirare, io che volevo scaldargli le membra oramai più fredde della neve che le aveva accolte. E piangemmo io e Nino, senza ritegno, disperatamente. L'alba stava già per spuntare e bisognava raggiungere prima del far del giorno i compagni che ci attendevano in una zona più sicura.»
Giorgio Caudano, Gli eroi sono tutti giovani e belli. I caduti della Lotta di Liberazione. I^ Zona Liguria, Edito dall'Autore, 2020

Giorgio Caudano, L'immagine ritrovata. Ventimiglia e dintorni nei dipinti dell'Ottocento e primo Novecento, Alzani Editore, 2021;  La libera Repubblica di Pigna. Parentesi di democrazia (29 agosto 1944 - 8 ottobre 1944) (a cura di) Paolo Veziano con il contributo di Giorgio Caudano e di Graziano Mamone), Comune di Pigna,  IsrecIm, Fusta Editore, 2020; Giorgio Caudano, Dal Mare alla Trincea... memorie di uomini, BB Europa, Cuneo, 2019; Silvia Alborno, Gisella Merello, Marco Farotto, Marco Cassini, Giorgio Caudano, Franck Vigliani, curatori della mostra Claude Monet, ritorno in Riviera, catalogo a cura di Aldo Herlaut, Silvana Editoriale, Milano 2019; La Magnifica Invenzione. I pionieri della fotografia in Val Nervia 1865-1925, a cura di Marco Cassini e Giorgio Caudano, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2016; Giorgio Caudano, Pigna. Storia di un paese, Edito dall'Autore, 2016  ]
 

I garibaldini ed i borghesi, quasi giunti alla loro meta nelle vicinanze di Sanson, furono fermati da alcune raffiche di mitra sparate dai tedeschi... i tedeschi uccisero 4 garibaldini della V^ Brigata "Luigi Nuvoloni". Rocco Fava, Op. cit., Tomo I  


30 gennaio 1945 - Dalla Delegazione ligure delle Brigate d'Assalto Garibaldi al comando della I^ Zona Operativa Liguria -  Nella comunicazione si affermava che "...  gli aviolanci non sono avvenuti nella I^ Zona a causa della mancata conferma delle coordinate...".

10 febbraio 1945 - Dal comando della VI^ Divisione "Silvio Bonfante", prot. n° 110, al comando della I^ Zona Operativa LiguriaComunicava che "il comandante ed il capo di Stato Maggiore di questa Divisione si sono recati sulla costa per valutare la possibilità di ricevere materiale dal mare. Ciò si è rivelato impraticabile a causa della stretta sorveglianza dei nemici. Pertanto, l'unica via si dimostrano i lanci aerei. La zona che può dare maggiori garanzie a questo scopo è la zona di Alto: latitudine 44 ° 07 ' 53 ' '; longitudine 4 ° 28 ' 55' '  ".

13 febbraio 1945 - Dal comando della II^ Divisione "Felice Cascione" al comandante "Ivano" - Scriveva che "in seguito al colloquio con l'ispettore 'Simon' [Carlo Farini] ed il commissario della I^ Zona [Operativa Liguria] 'Sumi' [Lorenzo Musso] si è concordato... La strategia militare è quella di creare una serie di azioni con brevissimi intervalli tra di loro: queste azioni avranno l'appoggio aereo da parte degli alleati...".

14 febbraio 1945 - Dal C.L.N.A.I. (Comitato Liberazione Nazionale Alta Italia) al comando della II^ Divisione "Felice Cascione" - Venivano annunciati lanci diurni in Località Cima Marta a partire dal 1° marzo; era sottolineata la conseguente necessità di stendere 8 teli di colore bianco sul terreno destinato al lancio e di accendere il fuoco appena udito il rombo dei motori; veniva precisato che il giorno precedente al lancio Radio Londra avrebbe trasmesso una frase convenzionale.

da documenti Isrecim in Rocco Fava, Op. cit., Tomo II

mercoledì 8 dicembre 2021

Un canotto trafugato a Villa Donegani, un'altra imbarcazione affondata, ufficiali e piloti alleati infine messi in salvo in Francia

Pagina 5 del documento Porcheddu cit. infra


La zona Arziglia di Bordighera (IM), dove abitava Porcheddu, in un'immagine, anche questa d'epoca

Verso la metà di Novembre [1943] due ufficiali inglesi, fuggiaschi del campo di ferma vennero a capitar nella zona di Bajardo, ricoverati e confortati dai nostri, sistemati poi nottetempo in un casolare di vetta.
Fu poi progettata la fuga in Corsica: ma il primo tentativo perì per la defezione del marinaio che s’era assunto l’apparecchiamento della barca: tuttavia i 2 inglesi scesero ad Arziglia in casa mia, guidati dai capi in pieno equipaggiamento partigiano a mezzogiorno per via Aurelia sotto il naso dei tedeschi: da Arziglia si trasferirono alla casa di Brunati, alla Madonna della Ruota, ma una sorpresa della polizia che arrestava Brunati e la Maiffret costrinse nuovamente gli inglesi a raggiungere casa nostra ove restarono 15 giorni.
I 2 capi vennero rilasciati per insufficienza di prove il 22 dicembre, raggiunsero Bajardo ove già erano tornati gli inglesi. 
Un nuovo tentativo di fuga in Corsica venne organizzato in casa mia con l’aiuto di patrioti bordigotti,  Gismondi, Moraglia, Assandria [...]
Un canotto di Donegani [n.d.r.: a questo collegamento una scheda tecnico-informativa concernente la Villa Donegani di Bordighera (IM), già Villa Marchesano, ma con modifiche, sempre di Giò Ponti], trafugato, venne adattato col fuoribordo acquistato con fondi di Giacometti equipaggiato e messo in acqua: vi salirono… i 2 inglesi ed i nominati patrioti, dopo un breve soggiorno in casa mia per gli ultimi preparativi.
Ma l’imbarco, avvenuto felicemente ad onta della attiva sorveglianza tedesca, non ebbe buon esito, ché la barca si empì d’acqua a 200 metri da riva ed a stento i fuggiaschi raggiunsero la costa rifugiandosi poi da me, fradici ed avendo salvato solo il motore.
Da allora i 2 inglesi restarono in casa fino al 25 gennaio ’45, salvo un breve soggiorno a Bajardo nel gennaio ‘44.
Gismondi fu arrestato e ciò allarmò tutta la Nostra banda [...] restarono occultati per qualche settimana in una baracca di Negi. 
Scesero un’ultima volta a casa mia il 23 del stesso mese di gennaio [1945], per un allarme avvenuto lassù, e non lasciaron più questo rifugio fino al 24 gennaio 1945 [...]
[...]  Ma i 2 inglesi dopo romanzesche avventure in montagna e sulla costa di Vallecrosia raggiunsero la Francia e si misero finalmente al sicuro.Oggi scrivono dall’Inghilterra.
[...]
I 2 ufficiali inglesi si chiamano: Michael Ross e George Bell.
Altro aiuto avemmo nell’occultamento dei 2 inglesi dal compagno Luigi Negro, autista della villa Hermann alla Madonna della Ruota.
Egli ospitò una notte i 2 alleati nella detta villa, nonostante la permanenza di scolte tedesche nelle adiacenze e la possibilità di sorprese da parte del padrone e dei suoi accoliti.
documento autografo di Giuseppe Porcheddu  in Archivio dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia, qui ripreso da Francesco Mocci (con il contributo di Dario Canavese di Ventimiglia), Il capitano Gino Punzi, alpino e partigiano, Alzani Editore, Pinerolo (TO), 2019
 
Una vista sulle zone attraversate da Dorgia - vedere infra - e ufficiali e piloti alleati una volta partiti da Negi, Frazione di Perinaldo (IM)

 
Fonte: Giuseppe Mac Fiorucci, Op. cit. infra


L'operazione più importante alla quale partecipai fu la fuga dei 5 prigionieri alleati che trasportammo in Francia. I 5 soldati erano 2 americani, 2 inglesi e un francese. Gli inglesi erano: Michael Ross, capitano del Welch Regiment; Bell Cecil "George", tenente della Highland Light Infantry. Il francese era Fernand Guyot, pilota. Gli americani erano i piloti Erickson e Klemme: non ne so né il nome, né il reparto, né altri dettagli, solo che erano piloti [n.d.r.: da ricerche fatte compiere presso l'Istituto Storico dell'US Air Force Giuseppe Mac Fiorucci - cit. infra - appurò che si trattava di Lauren Erickson, tenente pilota di P38 Lightnings, 1° Gruppo 270° Squadrone, e Ardell Klemme, tenente pilota di bombardieri B25, 340° gruppo, 489° Squadrone; questi ultimi, come il collega transalpino, con grande fortuna si erano salvati rispetto all'abbattimento dei loro aerei e alla ricerca accanita dei nazifascisti, trovando, infine, rifugio tra i partigiani imperiesi]. Dopo l'8 settembre 1943 erano fuggiti dai campi di prigionia e avevano vagato per l'Italia settentrionale alla ricerca di un passaggio per la Svizzera o per la Francia liberata. La Resistenza li nascose a Taggia per qualche tempo, sperando nell'arrivo di un sottomarino per metterli in salvo [n.d.r.: Michael Ross nel suo From Liguria with love. Capture, imprisonment and escape in wartime Italy, Minerva Press, London, 1997 (ripreso, adattato ed aggiornato dal figlio David in The British Partisan: Capture, Imprisonment and Escape in Wartime Italy, Pen & Sword Books Ltd, 2019) scrisse di ben tre tentativi - richiesti con la radio da Robert Bentley, del SOE, da poco ufficiale di collegamento alleato in zona - di sommergibili alleati, mandati a monte dalle azioni di donna, spia dei tedeschi, presente tra le file partigiane, donna poi giustiziata con la pistola di un pilota americano qui richiamato]. Nel febbraio del 1945 il Comando decise di tentare da Vallecrosia. Fui incaricato di prelevare i 5 al solito posto vicino a Negi. Il solito posto è una grotta naturale in località "Cagadiné" sul monte Caggio, dalla quale sgorga  anche una piccola sorgente, sopramonte al sentiero che conduce in Borello sulle alture di Sanremo. Si racconta che in quella grotta si nascosero anche dei disertori della guerra 15-18. Era il punto di incontro con i partigiani garibaldini che operavano in montagna. I partigiani di Gino Napolitano e Curto [Nino Siccardi, comandante della I^ Zona Operativa Liguria] accompagnarono i 5 dalla grotta fino a Negi, e poi per attendere l'oscurità nella casa del padre di Vittorio Cassini di Bordighera.  Prelevai dai partigiani di Gino i 5 soldati alleati e iniziai il viaggio verso Vallecrosia, revolver in pugno e dito sul grilletto. Il viaggio non fu agevole. Mi lamentai anche che i 2 americani tendevano a defilarsi e a rimanere troppo  staccati dal gruppo. Per precauzione mi ero portato un paio di pantofole; dopo Vallebona obbligai i 5 a togliersi gli scarponi e a marciare solo con le calze ai piedi. Ubbidirono non senza proteste. Ubbidirono non senza proteste. Ma fu una buona idea. Procedendo attraverso gli uliveti, poco dopo Vallebona (IM), nell'attraversare il sentiero (adesso è una strada carrozzabile) che da Vallebona va a San Sebastiano, quasi finimmo in braccio a una pattuglia tedesca che da Vallecrosia Alta andava a Vallebona e si era fermata per una breve sosta proprio all’altezza della croce dei Padri Passionisti.
I cinque si convinsero che marciare raggruppati e scalzi era una buona scelta. Acquattati fra gli alberi di olivo, attendemmo che la pattuglia tedesca si allontanasse prima di riprendere la marcia verso Vallecrosia.
Il tenente inglese Bell continuava a chiedermi quanto tempo mancasse all’arrivo, e io rispondevo sempre “5 minuti”. Seppi poi nel dopoguerra che, nelle sue memorie che annotava nel diario che custodiva gelosamente, mi aveva soprannominato proprio “5 minuti”.
Arrivammo a Vallecrosia (IM) dopo mezzanotte [diverse fonti indicano che era il 10 marzo 1945; il tragitto da Negi al mare si era svolto nella notte tra il 9 ed il 10].
Doveva giungere dalla Francia o un sommergibile o il motoscafo di “Caronte” [Giulio "Corsaro" Pedretti] per prelevare gli ex prigionieri.
Aspettammo fin quasi all’alba. Non arrivò nessuno. Questo fu un grave imprevisto: un conto è nascondere cinque soldati alleati in montagna, altro è nasconderli in un centro abitato bombardato dagli alleati e sottoposto a continui rastrellamenti.
Li nascondemmo a sua insaputa nella casa di Fortunato Lazzati, vicina all’abitazione di Achille [“Andrea” Lamberti].
Fortunato era sfollato a Vallecrosia Alta e aveva sbarrato la porta della sua casa … ma non gli scuri della finestra. Caso volle che Fortunato proprio l’indomani scendesse da Vallecrosia Alta per prendere qualcosa in casa. Sollevato lo sportellino della finestra vide i cinque sconosciuti dormire sul pavimento. Chiuse e scappò non ritornando che a guerra conclusa.
Prelevammo un’altra barca dal solito deposito, la predisponemmo alla meglio e la portammo al mare attraverso Via Impero.
Dapprima si dovette concordare la cosa con la postazione dei bersaglieri [n.d.r.: i bersaglieri del sergente Bertelli collaboravano clandestinamente con i patrioti del Gruppo Sbarchi Vallecrosia] e soprattutto addormentare il tedesco. Infatti con la postazione dei bersaglieri c’era un soldato tedesco di collegamento con la guarnigione tedesca accasermata in via Roma, all’altezza della centrale elettrica di trasformazione. Quando dovevamo effettuare uno sbarco, il tedesco veniva addormentato con del sonnifero nel vino; quando non c’era il sonnifero, procurato alla bisogna dal dottor Salvatore Marchesi, … solo con il vino Rossese. Incaricato dell’operazione di addormentare o ubriacare il tedesco era Achille. Più di una volta Achille raccontò che in una delle ultime bevute il tedesco biascicò e gesticolò qualcosa che gli dette a intendere che aveva capito tutto: "Versa, versa ancora che dormire... gut… "
La barca, scelta troppo frettolosamente, non aveva i soliti pianali che si adagiano sul fondo per evitare di appoggiare direttamente sul fasciame.
Imbarcati i cinque prigionieri, Enzo Giribaldi e Achille presero il largo... e la barca letteralmente si sfasciò. Udimmo qualche grido di aiuto e ci buttammo a mare per cercare di soccorrerli. Accorsero in acqua anche i bersaglier, con i quali formammo una catena tenendoci per mano. Non dimenticherò mai quella scena: freddo, mare grosso e in acqua quella catena di bersaglieri con le mantelline che galleggiavano. Sembravano funghi. Soccorremmo i primi, tra i quali uno degli americani che aveva bevuto molto e stava veramente male; Enzo Giribaldi perse anche uno degli stivali che indossava. Mancavano Achille e i due inglesi. Era strano perché Achille era un nuotatore eccezionale. Dopo qualche minuto, apparve con i 2 inglesi che spingeva a turno verso la riva e trascinando il cappotto di uno dei prigionieri.
"Tùti in tu belin a mi!": disse allora Achille. Apprendemmo che l’ufficiale inglese, Bell, non voleva liberarsi del cappotto, malgrado che, quello inzuppandosi, lo trascinasse a fondo, e rendendo ad Achille ancor più faticosa l’opera di salvataggio.
Achille glielo tolse quasi con la forza e scagliando tanti accidenti. Nel cappotto l’inglese custodiva il prezioso taccuino delle memorie: non voleva assolutamente perderlo. Altri affermarono che nel cappotto tenesse delle sterline d’oro, ma mi sembra inverosimile che un prigioniero di guerra, dopo 2 o 3 anni di campo di detenzione, possedesse ancora delle sterline d’oro.
La corrente spinse il relitto della barca fino a Latte [n.d.r.: Frazione di Ventimiglia (IM), vicina alla Francia] e la cosa successivamente ci creò non pochi problemi.
I bersaglieri rientrarono nella loro postazione e sicuramente anche il tedesco li vide bagnati fradici.
Credo che Achille non sbagliasse, quando affermava che il soldato tedesco aveva capito tutto.
I cinque prigionieri furono riportati di nuovo a casa di Fortunato. Si doveva rifocillarli e provvedere loro di vestiti asciutti.
Mentre Achille procurava del pane dal forno del partigiano Francesco Bussi, sua madre pensava bene di stendere a asciugare le divise dei soldati alleati sul terrazzo … in bella vista dalla strada! Fortuna volle che, prima di qualche milite fascista, passassi io, che avvisai subito Achille del pericolo […] Giorni dopo recuperammo altre due barche dal solito deposito […] finalmente portammo i battelli al mare e i 7 passeggeri (i 5 alleati e i 2 “passeur”). Prima di partire uno dei “passeur” volle collaudare le barche per verificare che tenesso il mare. Imbarcati tutti, partirono in 9 guidati da Achille e un altro, non ricordo se “Gireu” [Pietro Girolamo Marcenaro] o Renzo Rossi o altri. Credo Renzo Rossi, che era il capo di tutta l’organizzazione sbarchi. Arrivarono sani e salvi e questa operazione accrebbe non poco la considerazione degli alleati per la Sezione Sbarchi di Vallecrosia.
Renato Plancia Dorgia in Giuseppe Mac Fiorucci, Gruppo Sbarchi Vallecrosia, ed. Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Imperia - Comune di Vallecrosia (IM) - Provincia di Imperia - Associazione Culturale “Il Ponte” di Vallecrosia (IM), 2007

venerdì 1 ottobre 2021

Beni degli ebrei e di nemici, sequestrati dal fascismo a Bordighera (IM)

Bordighera (IM): Villa I Balzi

L’EGELI - Ente Gestione e Liquidazione Immobiliare - con sede in Roma fu costituito con il Rdl del 9 febbraio 1939 n. 126 <1, provvedimento applicativo della tristemente nota legge 17 novembre 1938 n. 1728 Provvedimenti per la difesa della razza italiana, per acquisire, gestire e rivendere i beni sottratti agli ebrei. Stabiliti «i limiti di proprietà immobiliare e di attività industriale e commerciale» consentiti ai «cittadini italiani di razza ebraica», la normativa prevedeva l’incameramento da parte dello Stato della cosiddetta «quota eccedente», affidando all’Intendenza di finanza il compito di decretare il trasferimento dei beni all’EGELI. Lo statuto dell’EGELI fu approvato con il Rdl 27/3/1939 n. 665.
In seguito l’EGELI estese le proprie competenze ai sequestri dei beni esattoriali (legge 16 giugno 1939 n. 942, art. 17) e, con l’ingresso dell’Italia in guerra, ai sequestri dei beni degli stranieri di nazionalità nemica in base alla legge 19 dicembre 1940, n. 1994 <2, art. 20 che modificava e integrava la legge italiana di guerra promulgata nel 1938 (RD 8 luglio 1938 n. 1415). L’occupazione italiana di territori francesi, avvenuta nel giugno 1940, comportò il sequestro dei beni di cittadini di nazionalità nemica diversa da quella francese, secondo quanto disposto dal bando di Mussolini pubblicato a Mentone il 31 agosto 1941.
Dopo l’8 settembre 1943 l’Egeli fu trasferito al Nord, a San Pellegrino Terme, dove assunse anche la gestione delle aziende industriali e commerciali dichiarate nemiche (dl 4 gennaio 1944 n.1) mentre la Repubblica di Salò, presente l’esercito di occupazione tedesco, inaspriva le misure contro gli ebrei, stabilendo la confisca totale delle loro proprietà, con possibilità di utilizzare in prima istanza il sequestro (dl 4 gennaio 1944 n. 2). L’Egeli fu pertanto riformato con un nuovo statuto (dl 31 marzo 1944, n. 109).
Contemporaneamente il Regno d’Italia reintegrava i «cittadini italiani e stranieri già dichiarati di razza ebraica o considerati di razza ebraica» nei diritti civili e politici (rdl 20 gennaio 1944 n. 25) e nei diritti patrimoniali (rdl 20 gennaio 1944 n. 26) e revocava «i provvedimenti e delle misure adottati in materia di beni appartenenti agli Stati delle Nazioni Unite, nonché alle persone fisiche e giuridiche, aventi la nazionalità degli Stati stessi» (dll 1/2/1945 n. 36 poi integrato dal dll 26 marzo 1946 n. 140). La restituzione dei beni degli stranieri fu successivamente oggetto del trattato di pace tra l’Italia e le potenze alleate. <3 Dopo la Liberazione anche nel Nord Italia furono posti sotto sequestro i beni germanici in base al comunicato della Presidenza del Consiglio dei ministri, pubblicato sulla G.U. n. 5 del 1 gennaio 1945, nel quale la Germania veniva dichiarata Stato nemico. La questione dei beni tedeschi fu oggetto del memorandum d’intesa siglato il 14 agosto 1947 a Washington tra l’Italia e le potenze alleate, approvato con dl 3 febbraio 1948 n. 177, cui fecero seguito il dpr 8 luglio 1957 n. 914 e il dpr 14 aprile 1962, n. 1263.
Il primo presidente dell’EGELI fu il senatore Demetrio Asinari di Bernezzo, sostituito poco dopo, alla sua morte (avvenuta il 23 luglio 1939), da Cesare Giovara: entrambi erano anche presidenti dell’Istituto di San Paolo di Torino.
L’Egeli fu sciolto nel 1957 ma la liquidazione, affidata al Ministero del Tesoro - Ufficio liquidazioni della Ragioneria Generale dello Stato si protrasse fino al 1997. <4
Le «Gestioni EGELI» dell’Istituto di San Paolo di Torino. <5 Per la gestione dei beni trasferiti all’EGELI furono delegati diciannove istituti di credito fondiario presenti nelle diverse zone italiane. <6
All’Istituto di San Paolo fu affidata la gestione dei beni dislocati in Piemonte e Liguria – sua zona di competenza per l’esercizio del credito fondiario - tramite una prima convenzione stipulata il 23 febbraio 1940 sottoscritta per l’Egeli dal presidente avvocato Cesare Giovara, senatore del Regno e per il San Paolo dal vicepresidente Gerardo Gobbi e dal direttore generale Alfredo Longo <7. Il 29 gennaio 1942 l’Istituto aderì alla convenzione concordata dal Sindacato Nazionale Fascista degli Enti di Credito Fondiario con l’EGELI per la gestione delle proprietà dei sudditi nemici <8. Sotto la Repubblica Sociale il 10 novembre 1944 il Credito fondiario dell’Istituto di San Paolo, rappresentato dal commissario per la straordinaria amministrazione dell’Istituto avvocato Giuseppe Murino stipulò con l’EGELI- sede di San Pellegrino Terme- rappresentato dal presidente ragionier Leopoldo Pazzagli una nuova convezione per la gestione dei beni ebraici confiscati o sequestrati (escluse le aziende industriali e commerciali) <9.
Per lo svolgimento dell’incarico il San Paolo costituì l’Ufficio amministrazioni Egeli (suddiviso nei reparti Affari generali, Amministrativo, Contabilità esecutiva e amministrazione beni mobiliari) presso il Servizio tecnico e l’Ufficio ragioneria Egeli per la gestione della contabilità generale presso il Servizio credito fondiario. <10
[NOTE]
1 Rdl del 9 febbraio 1939 n. 126, Norme di attuazione e di integrazione delle disposizioni di cui all’art. 10 del R decreto- legge 17 novembre 1938 XVII n. 1728, relative ai limiti di proprietà immobiliare e di attività industriale e commerciale per i cittadini italiani di razza ebraica
2 Nuove norme riguardanti, per l’attuale conflitto, il trattamento dei beni nemici ed i rapporti economici con le persone di nazionalità nemica
3 Dl 28 novembre 1947 n. 1430, Esecuzione del Trattato di pace tra l’Italia e le Potenze alleate e associate, firmato a Parigi il 10 febbraio 1947, art. 78 in Suppl. ordinario alla Gazz. Uff., 24 dicembre, n. 295.
4 Dpr 22 marzo 1957; dm 29 dicembre 1997.
5 Per la storia istituzionale dell’Istituto di San Paolo di Torino si rinvia agli Inventari II e IV:
6 Decreto del duce 9 giugno 1939, in attuazione dell’art.12 del rdl 9 febbraio 1939 n. 126; l’elenco degli istituti autorizzati fu ampliato dalla Repubblica Sociale Italiana, con decreto 13 settembre 1944.
7 Archivio Storico della Compagnia di San Paolo, III, Istituto di San Paolo di Torino, Gestioni Egeli, [d’ora in poi ASSP, III],1,1.3
8 ASSP, IV, ASSP, IV, Istituto Bancario San Paolo di Torino [d’ora in poi IBSP], Verbali del CdA, 1369, seduta del 29 gennaio 1942, pp. 687-91.
9 ASSP, III, 4, 4.3
10 Cfr. ASSP, III, 8
(a cura di) Ilaria Bibollet, Iris Bozzi, Anna Cantaluppi, Erika Salassa, Gestioni Egeli - Ente di Gestione e Liquidazione Immobiliare, III Inventario, Istituto San Paolo di Torino, Archivio Storico della Compagnia di San Paolo, Torino, 2014 

[n.d.r.: si fa seguire, espunta dall'opera sopra citata, la quasi totalità dei casi riguardanti Bordighera (IM), senza operare, per motivi pratici, la distinzione - in ogni caso non molto chiara - tra Beni cittadini nemici (1869 - 1997) e Gestione Beni Ebraici Confiscati (1927 - 1977), colà operata; e neppure quella afferente beni tedeschi, sequestrati in seguito alla caduta del regime fascista]

1071 - Società Alloggi Biellesi Anonima (A.L.B.A.). Villa "Piovano", già "Villa Franca" sito in via Cesare Balbo n. 1, regione Braie, Bordighera (1944 - 1948)
1078 - Segre Clotilde fu Emanuele. Effetti personali conservati presso la pensione "Italia" sita in via Romana, Bordighera (1944 - 1948)
1555 - Amman Paolo e Luigi fu Augusto. "Villa Modesta" con terreno, sita in via Garnier n. 46, Bordighera (1941 - 1952)
1559 - Andrina Paolo fu Luigi. Villa "Agincourt" sita in via Torquato Tasso n. 5, via Alessandro Volta nn. 2-4, via Vincenzo Gioberti n. 8, Bordighera; conto corrente presso la sede della Banca d'Italia di Sanremo (1942 - 1951)
1572 - Arndt Lorenzo fu Giorgio. "Casa Francesca" sita in via Vittorio Veneto n. 52, Bordighera (1939 - 1948)
1573 - Arnold Emily fu Alfredo in Bourne. "Villa Gladiolo" con giardino e terreno sita in via Goggiola nn. 14 e 16, Bordighera (1941 - 1952)
1611 - Barry Felice Mario fu Giuseppe. Appezzamento di terreno sito in regione Golle, via dei Colli n. 16, Bordighera; deposito titoli presso la Banca Commerciale Italiana di Sanremo (1942 - 1960)
1612 - Barry Florence May di Alberto. "Villa Paradiso" con terreni, autorimessa e casetta, sita in località Pian Cassone n. 124, Cannero (comproprietà) (1941 - 1952)
1631 - Bernier Enrico fu Enrico. Appezzamenti di terreno, Bordighera (1941 - 1961)
1656 - Billson Carlotta vedova Richardson. "Villa Casalvecchio" con giardino, sita in frazione Borghetto S. Nicolò, Bordighera (1940 -
1679 - Boniface Emilio fu Cirillo. Villa "Ya-mi-ki" sita in via Febo n. 24, Bordighera; appezzamento di terreno sito in frazione Borghetto San Nicolò, Bordighera (1942 - 1951)
1699 - Bouquerot de Voligny Giulio Giacomo fu Eugenio. Palazzina con giardino sita in via S. Antonio nn. 42, 44, Bordighera (1941 -
1702 - Bowman Paget Norman fu Paget John Merrian; Bowman Guy Eddowes Paget fu William Paget. Villa "Casa Piccola" con terreni, sita in via Giuseppe Verdi n. 12, regione Bruscae, Bordighera (1941 - 1960)
1716 - Bulgheroni Luisa fu Francesco in Otto Forster. Casa con giardino sita in via Roberto, Bordighera (1936 - 1949)
1789 - Clarke Ada, Jessey, Tirel e Dora fu Guglielmo. "Villa Primavera" sita in via Romana n. 49, Bordighera; via Stoppani n. 2, Bordighera (1941 - 1959)
1799 - Cortet Giovanbattista Giorgio. Villa "Il Bungalow" con giardino, sita in via Febo n. 22, Bordighera (1941 - 1951)
1831 - Daly De Burgh Elena e Muriel, fu Enrico; Hodge Edith Isabel fu Guglielmo. Immobile con terreno e fabbricati rustici, sito in via XXVIII Ottobre, nn. 4 e 5, Bordighera; appezzamento di terreno sito in via S. Antonio, Bordighera (1941 - 1952)
1833 - Daniele Caterina in Hankins, fu Giuseppe. "Casa Vigia" sita in Regione Braja, via Predappio n. 21, Bordighera; casa uso forno e abitazione, via Predappio n. 21, Bordighera (1942 - 1949)
1856 - Digby Sofia vedova Buddicom. Villa "Cappella" con terreni, sita in regione Bellavista, Bordighera; automobile "Bianchi"; automobile FIAT 509; appezzamenti di terreno e immobile rustico, Bordighera (1934 - 1952)
1873 - Etienne Marcello fu Eugenio e Chiabotto Claudina di Giovanni, coniugi. Casa sita in via Pasteur, frazione Borghetto San Nicolò, Bordighera; terreni siti in regione Magauda, Bordighera (1942 - 1962)
1902 - Forbes Stuart Georges fu Alessandro. Villa "I Balzi" con giardino e autorimessa, sita in via dei Colli n. 73, Bordighera (1941 - 1952)
1952 - Gazzola Lorenzo e Jullien Giulia Henriette Marguerite. Usufrutto su appezzamento di terreno, Bordighera (1941 - 1951)
2002 - Guglielmi Lorenzo fu Francesco e Grisone Angela fu Francesco. Fabbricato sito in Regione Abitato, Vallebona; appezzamenti di terreno e fabbricati rurali, Vallebona; appezzamento di terreno, Vallecrosia; appezzamento di terreno sito in franzione Borghetto San Nicolò, Bordighera (1942 - 1947)
2003 - Guglielmi Francesco fu Lorenzo. Porzione di fabbricato civile sito in via Scudier n. 21, Vallebona (1942 - 1949)
2004 - Guglielmi Pietro di Alessio. Porzione di fabbricato rurale con terreni siti in Vallebona (1942 - 1947)
2005 - Guglielmi Rosa di Giobatta. Terreni siti in Vallebona (1941 - 1948)
2029 - Hoult Dora Mildred Murray fu Giuseppe. "Villa Monteverde" con parco sita in via Torre dei Mostaccini n. 25, Bordighera; appezzamenti di terreno siti in località Torre dei Mostaccini, Bordighera; conto corrente e baule in deposito presso la Banca Commerciale Italiana, filiale di Bordighera (1937 - 1959)
2030 - Humphreys Giorgio Noel fu Guglielmo Daniele. "Villa Iride" con terreno e frutteto, sita in via Colla n. 11, Bordighera; fabbricati rurali e appezzamenti di terreno, Bordighera (1940 - 1952)
2046 - Jaubert Giorgio fu Francesco. Casa con giardino e magazzini sita in via Aurelia n. 19, Borgata Arziglia, Bordighera; cassetta di sicurezza conservata presso la filiale della Banca Commerciale Italiana di Bordighera (1940 - 1947)
2057 - Knowles Speranza fu Alberto in Harris. "Villa Speranza" con giardino siti in via Galileo Galilei n. 3, Bordighera (1941 - 1956)
2064 - Lambton Caterina fu Giorgio vedova Godoephin, duchessa di Leeds. "Villa Selvadolce" con parco, rustici e terreni, sita in via dei Colli n. 58, Bordighera (1939 - 1958)
2074 - Latier Luigi fu Francesco. Appezzamento di terreno sito in frazione Borghetto San Niccolò, Bordighera; appezzamenti di terreno a Vallebona, Imperia (1940 - 1947)
2075 - Laurent Adriano ed Elisa fu Pietro. Villa "Il Bungalow" con giardino, via Febo n.22, Bordighera (1941 - 1952)
2076 - Laurgnier Maria fu Remigio, Boulle Maria fu Fiorentino e Merle Teresa Melania fu Andrea. Appezzamenti di terreno, Bordighera (1942 - 1949)
2092 - Vescovo o Episcopio di Londra e comunità del culto anglicano. Chiesa anglicana di Ognissanti, Bordighera; sala adibita a teatro"Victoria Hall", sita in via Vittorio Veneto n. 28, Bordighera; "Villa San Giorgio" con giardino e autorimessa, sita in via Vittorio Veneto n. 28, Bordighera; appezzamenti di terreno, Bordighera; chiesa anglicana, Ospedaletti; chiesa anglicana di San Giovanni sita in via Regina Margherita, Sanremo; chiesa anglicana di Ognissanti sita in corso Matuzia n. 2, Sanremo; locale ad uso abitazione sito in corso Matuzia n. 2, Sanremo; "Villa Graziella" sita in corso Impero n. 117, Sanremo (1938 - 1952)
2093 - Long Bourchier Hoare Guglielmo fu Riccardo, Oliver Vera Cecilia fu Giuseppe. "Villa Vera" con terreni e fabbricati rurali siti in via dei Colli n. 44, Bordighera (1941 - 1957)
2105 - Lupi Guglielmo fu Benedetto. Fabbricati rurali e appezzamenti di terreno siti in Vallebona (1942 - 1946)
2129 - Marshall Cecily Mary fu Reginald. Villa "Sant'Agnese" con giardino, sita in via Romana n. 73, Bordighera (1940 - 1954)
2144 - Maurin Giovanni, Paolo, Isabella in Morel, fu Emilio; Maurin Edoardo, Giacomo, Elena, Lucia fu Enrico, Guerard Maria Teresa fu Germano vedova Maurin Enrico; Borelli Francesco, Gerolamo, Giorgio fu Francesco; Jullien Isabella Maria vedova Malaret fu Augusto, Jullien Francesco fu Augusto, fratelli. Appartementi siti in Bordighera; diritto di sopraelevazione sopra una casa a tre piani fuori terra con negozi sita in via Roma n. 2, Bordighera; sottotetto sito in piazza della Stazione n. 2, Bordighera; uliveti siti in Regione San Giulio e Colle Piana, Bordighera (1940 - 1952)
2157 - Menzies of Menzies Susan e Hamilton Dalrymple John James fu Giovanni of Stair. "Villa Gaia" con terreno, magazzini, immobile rustico e garage, sita in via dei Colli, Bordighera (1940 - 1952)
2167 - Milhau Giovanni Renato fu Germano. Casa con magazzini siti in regione Arziglia, via Pescatori n. 7, Bordighera (1941 - 1952)
2169 - Millicent Ruth fu William vedova Cuming. "Villa S. Fè" con giardino, sita in via dei Colli n. 59, Bordighera (1941 - 1952)
2209 - Nichelson Sara Isabel fu John. Villa "Iride", Bordighera, usufruttuaria (vedere pratica 1187 N intestata a Noel Humphreys fu Guglielmo) (1941 - 1948)
2226 - Pagnier Giorgio di Virgilio. Stabile con giardino sito in viale Regina Elena n. 140, Bordighera (1941 - 1946)
2239 - Passeron Rosa e Luisa fu Carlo. Fabbricato rurale e appezzamentio di terreno sito in regione Ciaze, Bordighera (1941 - 1948)
2269 - Pownell Costance Emily fu Asketon ved. Coates. "Villa Irene" con giardino sita in via Dei Colli n. 1, Bordighera (1941 - 1950)
2313 - Riccardi Cubitt Tommaso fu Lewis. "Villa Rosa"con giardino e appezzamento di terreno, siti in via Vittorio Emanuele n. 192, Bordighera; cassetta di sicurezza conservata presso la Banca Commerciale Italiana (1941 - 1952)
2330 - Rogers Florence fu Giovanni. Villa "Vaniglia" sita in via Romana n. 57, Bordighera (1934 - 1952)
2362 - Saint Amour De Chanaz Angelica di Carlo Alberto in Vialet de Montbel. Villa "Romana" con appezzamento di terreno sita in via Romana n. 81, Bordighera (1941 - 1956)
2406 - Ropschitz Elena fu Giacomo in Stalmeister Maurizio. Villa "Rondinella" con giardino e terreno siti in via Romana n. 47, Bordighera (1942 - 1952)
2437 - Traill Norton. Mobili, arredi e suppellettili siti nell'alloggio al piano rialzato dell'immobile "Villa Romana", sita in via Romana n. 81, Bordighera (1942 - 1949)
2440 - Trembat Giovanna fu Enrico vedova Johns; Johns Henry, Ethel Bainard, Annie Winifried fu Henry. "Villa Ortensia" sita in via Cesare Augusto n. 2, Bordighera (1934 - 1952)
2484 - Voron Pietro e Antonio di Giuseppe. Villa "Voron" sita in via Giuseppe Verdi n. 6, Bordighera (1940 - 1951)
2490 - Walter Carlo fu Francesco e Hardy Margaret fu William, coniugi. Due appartamenti, siti in via Lunga n. 63, Bordighera (1941 - 1952)
2492 - Warren Enrichetta e Federica fu Edoardo. Mobili siti in via Pasteur n. 34, Bordighera (1942 - 1949)
2505 - Woodman Agnese Maria Margherita fu William, vedova Thompson. "Villa Mascotte" con giardino sita in via San Bernardo n. 4/6, Bordighera (1941 - 1959)
5798 - Von Ins Emma fu Felice, vedova Calvanna. "Villa Casino" e casa San Antonio site in via Regina Elena n. 16, Bordighera; casa "Bellavita" sita in via del Borgo, Bordighera; albergo Bristol sito in strada Romana, Bordighera; appezzamenti di terreno siti in Bordighera. Corrispondenza, decreto di revoca (1941 - 1943)
5864 - Neuhoff Alfredo fu Stefano. Orti irrigui con colture floreali, Bordighera (1946)
5865 - Neuhoff Augusto fu Stefano. Orto irriguo a colture floreali sito in Bordighera (1946 - 1958)
5866 - Neuhoff Ottavio fu Stefano. Appezzamento di terreno, Bordighera (1946 - 1958)
5882 - Schlosser Edmondo. Beni mobili depositati nella casa "Bruzzone", via Alessandro Manzoni n. 3, Bordighera. Beni passati al sig. Didero Enrico fu Matteo quale sequestratario, in sostituzione dell'EGELI (1946 - 1952)
5890 - Società per l'erezione di chiese tedesche all'estero. Fabbricato adibito a funzioni di culto sito in via Vittorio Emanuele II n.1, Bordighera (1946 - 1952)

Nella fotografia, al di là dell'aiuola la zona dove sorgeva Villa Cappella di Bordighera (IM)

Tentare di dare una definizione chiara e precisa dei compiti dell’Ente di Gestione e Liquidazione nel corso degli anni della seconda guerra Mondiale non risulta cosa facile.
Come emerge dai documenti analizzati, l’Egeli venne creato appositamente per svolgere il ruolo di gestore e coordinatore di tutta la complessa vicenda della confisca dei beni ebraici, ma nel corso della vicenda storica e nei passaggi che si susseguirono non è errato dire che, indubbiamente, la funzione politica che venne ad assumere fu quasi importante quanto quella per cui in origine fu creato.
L’Egeli non fu mero esecutore materiale della disciplina legislativa,come per molti anni fu invece ribadito da coloro che lo avevano diretto e presieduto, forse più per una sorta di giustificazione e conservazione del proprio operato che per altro.
Da alcuni verbali risalenti alla fine del 1944, redatti sotto l’ultima presidenza del periodo bellico dell’Ente, si evince come il Consiglio di amministrazione dell’Egeli abbia contribuito all’elaborazione dei decreti del 4 Gennaio 1944, partecipando attivamente alla stesura delle norme destinate a regolamentare la confisca nel periodo della Repubblica Sociale.
Sempre a conferma dei molteplici poteri e degli incarichi assegnati all’Ente, che andavano ben oltre la semplice gestione, va sottolineata la stretta collaborazione con il Ministero delle Finanze; con tale organo l’Egeli dialogò per la definizione di numerose e delicate questioni, riguardanti ad esempio i criteri di sistemazioni delle Società anonime di cui era stata confiscata la maggioranza o la totalità del capitale azionario o ancora i criteri per la vendita od assegnazione di mobili ed effetti d’uso richieste dalle prefetture da destinare ai sinistrati.
Questi interventi rivelarono come in realtà l’Ente riuscisse ad indirizzare la gestione dei beni confiscati, dialogando con altri organi e riuscendo ad imporre le proprie direttive politiche.
È innegabile che l’Egeli fu dotato di una forte autorità e che riuscì, in molte situazioni, a dettare le linee da seguire piuttosto che limitarsi a percorrerle come mero esecutore.
Annamaria Colombo, La spoliazione dei beni degli ebrei in Italia in seguito alle leggi razziali del 1938 e le relative restituzioni, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Milano, Anno Accademico 2001-2002

domenica 19 settembre 2021

Guide francesi prendevano in consegna elementi sbandati della IV armata italiana

Nizza: una vista del porto

Nel luglio del 1943 una buona parte del Comitato di Informazione italiano e dell'O.V.R.A. [presenti in Francia] erano passati sotto il quadro dell'Intelligence Service inglese (2).
[...] Alla fine di agosto le suddette sagge misure, e notizie, permisero di allacciare contatti e tenere riunioni comuni con soldati e ufficiali italiani che, grazie anche ad una efficace e discreta propaganda, erano diventati filofrancesi ed erano arrivati a rifiutare l'atto di occupazione della Francia da parte dell'esercito italiano, strategicamente e politicamente insensato, attribuito più che altro alla follia di Mussolini e della sua cricca, ma che non era stato mai approvato dal popolo italiano. Non mancarono anche riunioni clandestine con vari membri dei partiti comunisti e socialisti (3).
Dal 25 luglio all'8 settembre 1943, con la caduta di Mussolini e la formazione del governo del generale Pietro Badoglio, una catena di evasioni e di protezioni veniva assicurata dai gruppi della Resistenza francese del comandante Giuseppe Manzoni detto «Joseph le Fou», della «F.T.P.» e dalle popolazioni di St. Raphael, di Cannes, di Nizza e di Monaco, a favore dei soldati italiani che abbandonavano le formazioni e si rifugiavano nelle montagne costiere e interne della zona di frontiera. Anche marinai di Villafranca e di Monaco effettuarono imbarchi clandestini di militari verso la costa ligure.
Dopo la capitolazione dell'8 settembre 1943 diciassette guide francesi prendevano in consegna, individualmente o a piccoli gruppi, gli elementi sbandati della IV armata italiana dissoltasi, e, oltre a curarne i feriti, li rifornivano di cibo e di abiti borghesi, accompagnandoli quindi con tutta sicurezza verso il rifugio «Nizza», situato nella regione di Tenda. Al passaggio della frontiera questi sbandati venivano presi in consegna da elementi italiani che lavoravano  in pieno accordo con i Francesi, e si cercava di convincerli a costituirsi in formazioni partigiane sia sulle alpi che sulla costa ligure, in previsione di uno sbarco delle truppe alleate.
Un tenente italiano P.M. e quattro militari dell'ex IV armata italiana si erano messi a disposizione del gruppo «Joseph le Fou» per sabotare i pezzi di artiglieria che dovevano essere consegnati in perfetto stato di efficienza alle truppe tedesche. Furono distrutti ventotto pezzi di artiglieria e recuperato un enorme quantitativo di armi individuali che, dal novembre 1943 al gennaio 1945, permise uno scambio di armi provenienti dalla IV armata e in possesso di partigiani italiani.
Su ordine del B.C.R.A. di Londra e di Algeri, venivano rinforzate le zone di frontiera delle Alpi Marittime presidiate da alpini italiani e dalle prime formazioni garibaldine della Resistenza.
Una seconda catena di protezioni e di aiuti agli sbandati italiani era stata costituita nelle regioni di St. Martin Vesubie, di Boreau e del colle della «Ciriegia». Messi in contatto alla frontiera con i primi elementi della Resistenza italiana, chi aveva abbandonato l'esercito veniva diretto su San Giacomo e su Entraque (4).
Tutte le suddette missioni compiute nella prima fase della lotta, vennero condotte a termine con efficacia e con poco rischio; invece quelle della seconda fase si rivelarono molto difficili e pericolose. Per sviluppare ulteriormente le informazioni militari, politiche ed economiche della parte di territorio italiano sotto il loro controllo, i resistenti francesi prendevano contatto con Lauck Albert, responsabile di collegamento con i capi del movimento «Combat», e nella zona di Ventimiglia-Grimaldi, con Vincenzo Pallanca che, durante il fascismo in Italia, era stato uno dei responsabili addetti alla protezione degli antifascisti (5).
Il Pallanca si metteva immediatamente a disposizione dei resistenti francesi e italiani con suo cognato Giovanni Raffa, proprietario di un garage a Nizza, Avenue Desambras. Ad essi si aggiungeva un certo Squarciafichi detto «Gima», Alberto Pallanca fratello di Vincenzo e suo cognato Silvestri Claudio. L'attività del Silvestri divenne di capitale importanza: infatti grazie alle sue funzioni di maresciallo dei carabinieri ed alle sue complicità con una donna guardiana delle carceri di Ventimiglia in contatto con la Resistenza francese, riuscì a far evadere parecchi partigiani francesi prigionieri.
Come è noto nel settembre del 1943 gran parte dei soldati della IV armata italiana furono catturati, maltrattati e a reparti interi fucilati dai Tedeschi. In questi frangenti difficili la catena costituita per le evasioni riusciva a mettere in salvo un altro centinaio di uomini che, dopo molte difficoltà, raggiungevano l'Italia o i «Maquis» della Resistenza francese.
Furono atti e sacrifici di sangue che consolidarono ulteriormente, in modo fraterno, l'amicizia franco-italiana.
Un episodio che ha favorito le relazioni italo-francesi è stato quello che ha avuto per protagonista Salvatore Bono comandante di una sezione della IV armata di presidio nella stazione forroviaria di Nizza: l'8 di settembre non solo non si arrese e non consegnò l'edificio alle truppe d'occupazione tedesche, ma con coraggio, autorità e sprezzo del pericolo, fece aprire il fuoco dai suoi uomini contro il nuovo nemico. Tra l'altro l'atto eroico rinforzò la volontà degli  Italiani residenti in Francia di liberarsi dal giogo nazifascista (6).
Nel gennaio del 1944 sulla costa ligure i contatti tra partigiani italiani e francesi erano già abbastanza consistenti e si cercò di rinforzarli. Tre resistenti italiani riusciranno ad infiltrarsi in seno alle formazioni repubblicane fasciste per intervento dei Francesi. Grazie a loro si stabilirono relazioni con l'insieme della costa ligure da Ventimiglia a Genova.
Un altro protagonista e fautore della fraternità d'anni tra partigiani francesi e italiani a Vallecrosia, fu il dottor Giacomo Gibelli (di cui abbiamo già parlato), residente in Camporosso, che fece la sua parte per organizzare la Resistenza imperiese. La sua attività permise di far entrare nei ranghi dell'Azione italo-francese della Resistenza i partigiani Ugo Lorenzi, Francesco Marcenaro (ex radiolettricista della Marina italiana) e Mario Lorenzi conoscitore esperto di tutti i più reconditi passaggi della frontiera delle Alpi Marittime (7).
Da parte della Resistenza francese vennero stabiliti altri contatti con due membri del Partito comunista italiano di Boves, con l'ex tenente della lV armata Nadio Pranzati e con Primo Giovanni Rocca, comandante della IX divisione garibaldina; furono prese iniziative per sviluppare ulteriormente la lotta sulla costa ligure e lungo la vallata del Roja dove i contatti erano già stati presi con i partigiani di Casterino, di Collardente e della regione di Briga-Tenda allora italiana, dove Camillo Maurando del luogo, Pierino Lanciolli di San Dalmazzo e un certo Massa avevano costituito i primi gruppi di partigiani francesi (8).
[NOTE]
(2) Da una testimonianza scritta del comandante partigiano francese Joseph Manzoni detto «Joseph le Fou»
(3) Dalla testimonianza scritta succitata. Le prime riunioni si svolsero a Boves, a Borgo San Dalmazzo e a Entracque.
(4) Questa testimonianza scritta - scrive «Joseph le Fou» - è destinata a onorare la resistenza italo-francese e soprattutto a onorare gli abitanti dei paesi e delle città che hanno aiutato tanti giovani senza aver chiesto o ricevuto nessuna ricompensa e nessun riconoscimento, come Pieracci Costantino, di Nizza, ecc.
(5) Vincenzo Pallanca aveva facilitato l'evasione verso la Francia di tutti i nemici del Regime, braccati o condannati nel loro paese, dal 1929 al 1939, anni precendentì alla seconda guerra mondiale. Come vedremo nelle note che seguono,  lui e i suoi famigliari vennero sterminati dai Tedeschi il 9 dicembre 1944.
(6) Bono Salvatore, medaglia d'oro, uccide un ufficiale delle S.S. Colpito da una raffica di mitra mentre lancia una bomba a mano, viene ricoverato dilaniato nell'ospedale di Nizza in gravissime condizioni. Vedi: Secchia Pietro, Enciclopedia dell'Antifascismo e della Resistenza - Edit. La Pietra, Milano, 1968, Vol. I, pag. 329
(7) In una sua testimonianza il partigiano Francesco Marcenaro scrive quanto segue: « .. Uno dei tanti episodi della guerra partigiana sconosciuto ai più, è quello vissuto da Ugo Lorenzi, Mario Lorenzi e Francesco Marcenaro, che, dopo  gli avvenimenti dell'8 settembre 1943, si erano trovati nella zona tra Ventimiglia e il confine francese. Soli e con il solo scopo di contribuire alla lotta di liberazione, dopo un lungo peregrinare per sottrarsi alle rappresaglie  tedesche e dopo una fuga da una casa di Grimaldi dove erano stati accerchiati, con grande coraggio tentarono l'impossibile attaccando per primi con bombe a mano le truppe che effettuavano l'accerchiamento, creando un disorientamento tale da poter evadere dalla casa saltando da una finestra. Oltre ai succitati, nella casa si trovavano dei giovanissimi ragazzi: Alberto Lorenzi, Oreste Tarabusi ed Enrico Tarabusi; quest'ultimo venne poi preso da una pattuglia mentre tentava di raggiungere Ventimiglia, e si deve al suo coraggio, nel negare di essere a conoscenza del fatto, se le famiglie dei protagonisti della lotta non subirono rappresaglie. Mentre i giovani rientravano a Ventimiglia, i tre succitati raggiungevano un rifugio, sul limite del confine, di proprietà  di Antonio Lorenzi e  del fratello Alberto. Questi erano già in contatto con Vincenzo Pallanca e con Giovanni Raffa garagista di Nizza. Vagliate le conseguenze dell'episodio passarono il confine e raggiunsero le formazioni partigiane francesi comandate da «Joseph le fou». Ai suoi ordini parteciparono a numerose azioni di sabotaggio ed attuarono molti collegamenti via terra e via mare con le forze italiane  di liberazione come testimoniano i documenti rilasciati dalle Autorità militari franco-alleate... ».
(8) Dalla testimonianza scritta di «Joseph le Fou».
Francesco Biga, Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. III. La Resistenza nella provincia di Imperia da settembre a fine anno 1944, a cura dell'Amministrazione Provinciale di Imperia e con il patrocinio dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, Milanostampa Editore, Farigliano, 1977



Joseph Manzone, detto “le fou” (il pazzo), era una figura di spicco della Resistenza di Nizza.
In particolare collaborò attivamente con il capitano Geoffrey M.T. Jones, capo del servizio di informazione americano, nelle missioni facenti capo ai servizi segreti alleati presso il maniero Belgrano di Nizza; portò a termine importanti missioni in territorio nemico, cioé italiano, per la raccolta di informazioni sul dislocamento delle truppe dell’Asse.
Di rilievo la collaborazione del Manzone con i Partigiani italiani della divisione del comandante Rocca.
Giuseppe Mac Fiorucci, Gruppo Sbarchi Vallecrosia  < ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia - Comune di Vallecrosia (IM) - Provincia di Imperia - Associazione Culturale "Il Ponte" di Vallecrosia (IM) >, 2007


Joseph Manzone, dalla cui temerarietà il gruppo C.F.L.N. da lui diretto prese il nome di Joseph le Fou, da dicembre 1944 alla fine della guerra svolse 51 missioni dietro le linee tedesche.
Pierre-Emmanuel Klingbeil, Le front oublié des Alpes-Maritimes (15 août 1944-2 mai 1945), Ed. Serre, 2005


Dr. Giacomo Gibelli
Circa 35 anni. Celibe. Membro del partito fascista fino al 1943. Ha prestato servizio con il “CSIR” in Russia come Medico, con grado di Capitano, e anche come interprete, perché parla fluentemente russo, polacco, rumeno, francese, conosce un po’ l’inglese. Si è unito ai partigiani locali nel febbraio 1945 dopo essere stato in carcere per pochi mesi in seguito all’arresto da parte dei tedeschi. E’ stato nominato Sindaco dopo la liberazione di VENTIMIGLIA [...]
Da un rapporto di Philip Garigue, capitano britannico incaricato (vedere immagine sopra acclusa, relativa ad una relazione in tema, ma di parte francese) ai primi di maggio del 1945 del controllo del "distretto" di Bordighera

lunedì 23 agosto 2021

La donna, trovata colpevole di spionaggio, fu fucilata


Uno scorcio di Pigna (IM)

Da Pigna giungevano continuamente notizie di un certo sergente dell'esercito, scoperta spia e delatore dei tedeschi e dei fascisti. Si vedeva spesso tra marzo e aprile 1944 in un certo bar. Sembrava che lì avesse organizzato un centro di spionaggio. Il fatto seccava naturalmente ai partigiani, dava fastidio che, impunemente, un tizio allo scoperto, agisse con tanta baldanza.
Vitò ["Ivano", Giuseppe Vittorio Guglielmo] mi dice:
"Allora decisi di andare io a Pigna ad informarmi ed a esplorare. Raccolsi molte voci e seppi che molti di Pigna erano accusati di fascismo. Ne avevo un nutrito elenco. Però volevo accertarmi di che tipo di fascismo si trattasse. In Italia moltissimi dovevano essere fascisti per bisogno di  lavoro, per commercio, per non essere perseguitati e vessati. Il fascista, solo perchè era fascista non era da perseguitarsi. Volevo accertare se al termine fascista si aggiungesse qualche aggettivo, come spia, delatore, informatore, staffetta, combattente.
Incaricai Fragola-Doria [Armando Izzo] di andare a prelevare quelli che più erano indiziati. Ne portò alla Goletta 13 legati insieme con una corda. Era una donna che li accusava formalmente e citava alcuni dati incontestabili. Era l'amante del  sergente spia di Pigna che poi fu fucilato. Era vedova di un maresciallo dell'esercito che lei diceva essere stato ucciso dai partigiani. Questo non mi risultava.
Instaurammo un processo. Era presente Fragola-Doria, avvocato, che avrebbe potuto imbastire meglio la causa. Non ho pensato a questa possibilità. Non avevo nemmeno tempo perchè era giunto un avviso che c'era un rastrellamento in atto.
Non potevamo sapere con precisione se le accuse erano fondate o no. Condannare degli innocenti non era affatto mio intendimento. Capisco che facemmo le cose con una certa premura. Era un po' crudele, ma pure bisognava agire. Quella  donna accusava senza sosta e sempre più accanitamente.
Accusava con precisi riferimenti di luoghi e di persone. Gli accusati ammettevano di essere fascisti, o almeno di avere la tessera del fascismo per ragioni di lavoro, ma affermavano che non erano spie e che non intendevano danneggiare nessuno. Pensavo che tra i tredici qualcuno era spia, ma non potevo condannarlo senza prove. Fingemmo delle esecuzioni iniziando da quelli che mi parevano i più innocenti. Si condannava uno, gli si faceva firmare una dichiarazione, e lo si  portava in luogo discosto da quello del processo. Dietro un cespuglio i partigiani, da me istruiti, sparavano, fingendo una fucilazione e costringevano quello a sdraiarsi con la farsa di essere sepolto.
Dal luogo del processo si vedeva la terra smossa e si mettevano le sue scarpe in vista. Ognuno le vedeva".
Raccontare ora è niente, non si prova nessuna emozione, ma vivere quei momenti nella realtà, produceva una sensazione di  angoscia e, diciamolo pure, di spavento.
Nessuno dei tredici si seppe difendere veramente e con alibi precisi dall'accusa di spie, dicevano che erano iscritti al fascio ma null'altro. Terminate le finte esecuzioni, rimaneva da processare la donna accusatrice. Certamente l'unica che poteva essere accusata di spionaggio.
Aveva fatto capire che era soddisfatta delle esecuzioni e non riusciva a nascondere la gioia di essere stata vendicata. Ma il suo senso di esultanza cessò quando Vitò ordinò di ripresentare al tavolo del processo  gli uomini  che  in  realtà non erano stati fucilati. La donna rimase confusa, spaventata. Interrogata nuovamente non seppe dire il perchè aveva accusato quegli innocenti. Nel suo cuore allignava odio e disprezzo per l'altrui felicità.
I rivivi, che avevano scampato la vita, si accanirono contro la donna accusandola di ogni azione vile contro molte persone di Pigna. Era avvilita che il suo amante fosse stato ucciso come suo marito. Si vendicava cercando il male altrui. I finti fucilati avevano avuto uno choc nervoso deprimente, ma alla vista dell'accusatrice ora sotto accusa, tentarono di scagliarsi addosso.
Vitò evitò il linciaggio.
"Voi siete dei semplici cittadini e non potete sostituirvi alla legge, sia pure di guerra. In questo momento sono io il giudice".
I poveretti, estenuati dalle forti emozioni manifestavano un collasso preoccupante. Bisognava assisterli. Il vento della morte aveva colpito i loro corpi e li aveva quasi raggelati.
Vitò offrì a tutti del cognac perchè si riprendessero.
"Quanto mi rincresceva vedere il mio cognac consumarsi! Era per me e per i miei uomini una fonte sicura di rianimazione nei momenti di depressione. Non avevo altro ed era difficile poterne procurare. Credo che quei fortunati scampati alla morte si ricorderanno ancora ora del mio cognac".
La donna, trovata colpevole di spionaggio, amante del sergente spia, fu fucilata. Il ricordo del fatto fece pronunciare a Vitò: "Io mi sentivo un combattente e non un giudice. Pregai il Comando di Divisione di togliermi quell'attributo e di darlo ad altri.
«L'umanissimo Vitò», diceva Erven [Bruno Luppi].
don Ermando MichelettoLa V^ Brigata d’Assalto Garibaldi “Luigi Nuvoloni (Dal Diario di “Domino nero” - Ermando Micheletto), Edizioni Micheletto, Taggia (IM), 1975

[n.d.r.: Paolo Veziano, nel libro cit. infra, da cui qui si traggono brani pertinenti, fornice ulteriori dati, tra cui nome e cognome, di questa donna, delatrice dei partigiani]

Anna Grillo, proprietaria dell'Albergo Viaggiatori di Pigna, fu arrestata - circostanza non casuale - il 2 settembre, giorno dell'arresto di "Fuoco", perché considerata un'attiva spia. Due giorni dopo ammise di essere in contatto con l'agente Golia dell'Ufficio Politico Investigativo (UPI), al quale trasmetteva i nominativi di persone sospettate di appartenere a bande partigiane. Dichiarò di avere fornito notizie in merito al partigiano "Tommaso" sul quale pendeva una taglia di £. 25.000. <138
Su suggerimento di Golia in marzo, servendosi di un pretesto, si era spinta sulle colline circostanti per conscere la dislocazione delle formazioni.
Rivelò infine il suo numero di matricola dell'ufficio al quale apparteneva: Z74.
Anna Grillo fu giustiziata il 4 settembre alle ore 11.00. < 139
Nel capitolo Il processo ai tredici di Pigna Ermando Micheletto impiega una testimonianza di "Ivano" ["Vitò"] per svelare i retroscena della drammatica vicenda di un gruppo di persone tra le quali una donna che risponde certamente al nome di Anna Grillo.
138 Archivio ISRECIM, Sezione I, cart. L128, Servizio SIM V brigata a SIM divisionale, Relazione sull'interrogatorio e sull'esecuzione di Anna Grillo.
139 Ibidem
Paolo Veziano, Giustizia partigiana in La libera Repubblica di Pigna. Parentesi di democrazia (29 agosto 1944 - 8 ottobre 1944) (a cura di Paolo Veziano con il contributo di Giorgio Caudano e di Graziano Mamone), Comune di Pigna, IsrecIm, Fusta Editore, 2020, pp. 126,127

lunedì 19 luglio 2021

La strage nazifascista del Gordale


All'alba del 3 dicembre 1944, ebbe inizio il rastrellamento a monte Gordale, dove i tedeschi sapevano esservi partigiani alloggiati e riforniti di viveri dalla popolazione di Castelvittorio. Nel corso di uno scontro a fuoco un sottufficiale della GNR rimane ferito, per altre fonti invece morì, si tratta del maresciallo Salvatore Salvagni di Dolceacqua. La reazione fu immediata e si abbatté spietata ed inesorabile sui contadini. Le porte vennero sfondate, gli occupanti radunati. La rappresaglia si palesò nelle sue forme più tragiche in località Gordale, dove furono fucilati quattordici uomini di cui solamente tre in età per essere sospettati di far parte della Resistenza, mentre gli altri undici erano più che quarantenni. Nello stesso momento una famiglia di quattro persone, tra cui una bimba di due anni, veniva arsa viva nella propria abitazione, sempre in località Gordale. Due giorni dopo altri due uomini vennero fucilati in paese. Secondo Armando Izzo Fragola la reazione nazifascista scattò violenta perché il partigiano Fulvio Vicari Lilli, o meglio la sua fidanzata, aveva sparato una raffica di mitra verso un gruppo di tedeschi e fascisti.
Giorgio Caudano   [ Giorgio Caudano, L'immagine ritrovata. Ventimiglia e dintorni nei dipinti dell'Ottocento e primo Novecento, Alzani Editore, 2021; La libera Repubblica di Pigna. Parentesi di democrazia (29 agosto 1944 - 8 ottobre 1944) (a cura di Paolo Veziano con il contributo di Giorgio Caudano e di Graziano Mamone), Comune di Pigna, IsrecIm, Fusta Editore, 2020; Giorgio Caudano, Dal Mare alla Trincea... memorie di uomini, BB Europa, Cuneo, 2019; Silvia Alborno, Gisella Merello, Marco Farotto, Marco Cassini, Giorgio Caudano, Franck Vigliani, curatori della mostra Claude Monet, ritorno in Riviera, catalogo a cura di Aldo Herlaut, Silvana Editoriale, Milano 2019; La Magnifica Invenzione. I pionieri della fotografia in Val Nervia 1865-1925, a cura di Marco Cassini e Giorgio Caudano, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2016  ]

Uno dei fatti più orrendi, solo secondo a quello di Torre Paponi, accade il 3 dicembre 1944 nell'alta Val Nervia, quando duecento uomini combattenti Tedeschi, bersaglieri e brigatisti neri, provenienti da Dolceacqua raggiungono il paese di Castelvittorio per rastrellare la zona.
Dal giorno che un reparto tedesco si era insidiato nell'abitato (8 ottobre 1944) la popolazione, benchè costretta a subire continue violenze, aveva fatto capire da quali sentimenti era animata. Ai lavori di fortificazione e di costruzione di trinceramenti, che i Tedeschi imponevano, spesso non si presentava nessuno o solo pochi comandati.
I Castellesi non avevano timore di tenere occultati nelle proprie case di campagna i partigiani, con pericolo della vita.
La collaborazione con le forze partigiane, invece di affievolirsi, si faceva più solidale, anche se il rischio era maggiore.
Si taceva e si lavorava per la Resistenza. Il nemico lo sapeva e tacciava di “banditi” tutti gli abitanti ed attendeva il giorno della sanguinosa vendetta. Non bastavano più le vessazioni quotidiane, i giorni di terrore trascorsi dagli uomini trattenuti come ostaggi nelle celle della posticcia prigione locale.
Appunto il 3 dicembre si presenta l'occasione per la rappresaglia. All'alba, iniziato il rastrellamento a monte Gordale, dove i tedeschi sapevano esservi partigiani alloggiati e riforniti di viveri dalla popolazione di Castelvittorio, si accende una sparatoria durante la quale un sottufficiale nemico rimane ferito.
La reazione è immediata e si abbatte spietata ed inesorabile sui contadini. Le porte vengono sfondate, i barbari entrano con impeto e ferocia nelle case, strappano gli uomini dai loro letti senza dare alcuna spiegazione, urlano solo “alles Kaput” (tutti a morte).
Gli uomini e le donne capiscono che è la fine: stringendo i denti e muti, come sanno essere i contadini delle aspre montagne liguri nei momenti terribili, vanno avanti nella direzione indicata loro dai carnefici. Cinque minuti dopo giunge l'ordine di fucilare i diciannove catturati: dieci in un luogo e nove in un altro.
La sentenza viene impartita, come poi ha riferito un Tedesco, dall'ufficiale Von Katen, aiutante maggiore del battaglione, con queste precise parole: “la terza compagnia, che ha avuto un ferito, ha l'onore di fucilare dieci civili”. A trecento metri di distanza viene ripetuta la stesa sentenza per gli altri nove condannati.
Prima dell'esecuzione, a tutti viene promessa salva la vita se avessero svelato l'ubicazione del rifugio partigiano, dal quale erano partite le fucilate, ma nessuno parla.
Anche le madri e le mogli rimaste nei casolari vicino odono e capiscono, ma non parlano, non dicono niente che possa danneggiare i partigiani. Lunghe raffiche di mitragliatori “Mayerling” abbattono i diciannove condannati i cui corpi rimangono sparpagliati per le “fasce” ed i cespugli. Tra questi una madre e due ragazze, falciate a bruciapelo, colpevoli di essersi scagliate con veemenza contro coloro che stavano per uccidere marito e padre.
Seguono saccheggi e rapine.
Emilio Allavena e Giovanni Orengo (Tumelin) emergono ancora di più da questo eccidio senza pari in Val Nervia.
La lezione che il nemico vuole impartire al paese non è ancora finita: ai due suddetti, accusati di aver rifornito i garibaldini, viene riservata la fucilazione da eseguirsi sulla pubblica piazza del paese.
Mentre la popolazione è a monte Gordale a raccogliere i propri famigliari trucidati, un tribunale improvvisato pronuncia la sentenza di morte.
Anche questi due contadini dimostrano al nemico ed ai compaesani di quale sangue freddo si può essere capaci. Nessuna disperazione ma calma assoluta, e vanno alla morte.
È il 5 di dicembre quando una scarica di mitra nel petto dei due padri di famiglia chiude la settimana più terribile che la storia del paese ricordi.

Così ancora una volta, dopo il 3 di luglio (sette trucidati), il 19 e il 29 di agosto, il 2 di settembre, il 5 e il 10 di ottobre, i Castellesi versano il loro sangue per la libertà.

Vittime del 3 dicembre 1944:
Allavena Eugenio Giovanni di Giacomo nato a Castelvittorio il 21-8-1923
Allavena  Filiberto  di  Giacomo                  "                              21-8-1923
Balbis  Mario  di  Giovanni                          "                               8-12-1902
Moro  Remo fu Giuseppe                             "                               25-4-1913
Orengo Giacomo fu Francesco                     "                              25-7-1884
Orengo Giuseppe  fu Francesco                   "                               15-11-1892
Orengo Giobatta  fu Giacomo                      "                               10-10-1894
Orengo  Luigi di  Luigi                                 "                               1-12-1903
Orengo Luigi fu Giacomo
Orengo Maria Caterina
Orengo  Maria  Caterina di Luigi                "                                25-11-1915
Orengo Giovanna Caterina                          "                               di  anni due
Pastor  Ludovico fu Giacomo                      "                                31-10-1905
Peverello Giuseppe fu Giovanni                  "                                 19-3-1902
Rebaudo  Stefano fu Giacomo                      "                                31-8-1894
Rebaudo Giuseppe fu Giacomo                    "                              25-11-1885
Rebaudo Giovanni fu Giacomo                   "                                 3-12-1887
Rebaudo  Giovanni fu Luigi                        "                               17-11-1907
Rebaudo  Stefano di  Luigi                          "                                   3.2.1902

Vittime del  5 dicembre 1944:
Allavena  Emilio fu Giacomo                        "                                17-8-1908
Orengo  Giovanni fu Bartolomeo                   "                              15-5-1890

Il 16 di dicembre muore a Castelvittorio anche il garibaldino Giuseppe Caviglia (Sorcio) fu Giacomo, nato nel Comune il 24-5-1892, a seguito di malattia contratta in servizio.
Dopo qualche mese i Tedeschi se ne andranno ma non dimenticheranno Castelvittorio.
Durante due rastrellamenti catturano altri giovani che vengono seviziati per far loro confessare di appartenere a bande di partigiani: ancora omertà assoluta, è la loro salvezza. Chi ammette di aver fatto parte di bande perché arruolato per forza è passato per le armi. Alcuni vengono arruolati nelle forze repubblichine. Fuggiranno alla prima occasione.
In un successivo rastrellamento, Revello Maggiorino e Rebaudo Primolino, catturati in paese con altri giovani, pagheranno con la vita per aver appartenuto alle formazioni. Traditi da spie, saranno condotti prima a Pigna per subire interrogatori, quindi a Latte [Frazione di Ventimiglia] dove verranno fucilati il 14-3-1945.

Francesco Biga, Storia della Resistenza Imperiese (I^ Zona Liguria), Vol. III. Da settembre a fine anno 1944, a cura dell'Amministrazione Provinciale di Imperia e con il patrocinio dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, Milanostampa Editore, Farigliano, 1977

venerdì 18 giugno 2021

Ettore Renacci, martire della Resistenza

Ettore Renacci
 
Verso la fine del '42 alcuni antifascisti di Bordighera, o ivi residenti, che precedentemente svolgevano un'attività contro il fascismo non coordinata, si riuniscono, e formano un gruppo organizzato. Fra questi antifascisti Tommaso Frontero allaccia il gruppo al PCI di Sanremo e prende contatto con i comunisti sanremesi Luigi Nuvoloni, Umberto Farina, Alfredo Rovelli. Ai primi del '43 si crea in Bordighera il comitato comunista di settore, con a capo Tommaso Frontero, Ettore Renacci e Angelo Schiva. In seguito a queste persone si aggiunsero altre, fra cui Charles Alborno, Siffredo Alborno, Pippo Alborno, l'architetto Mario Alborno (che prese poi il nome di battaglia Cecof), Renzo Rossi. Dopo il 25 luglio 1943 il gruppo entra in contatto con altri antifascisti di Bordighera, fra i quali Renato Brunati, indipendente. Al gruppo si aggregano nuovi elementi.
Giovanni Strato, Storia della Resistenza Imperiese (I^ zona Liguria) - Vol. I: La Resistenza nella provincia di Imperia dalle origini a metà giugno 1944, Sabatelli Editore, Savona, 1976
 
Ettore Renacci, Tommaso Frontero e Angelo Schiva facevano parte di un gruppo comunista formatosi già all'inizio del 1943 in Bordighera. Nel dicembre dello stesso anno, tale gruppo assunse la denominazione di «Comitato Comunista di Settore» e si unì ad elementi di altre correnti e partiti antifascisti. In seguito all'attività comune fu creato il CLN di Bordighera per la lotta resistenziale ma la rete clandestina venne scoperta e sgominata. Frontero e Renacci furono arrestati nelle rispettive abitazioni verso le 8 del 23 maggio 1944. Subirono maltrattamenti e furono condotti a Imperia: se ne decise la fucilazione per il 25 maggio. Ma la Gestapo li considerava elementi troppo preziosi e cercò di indurli a rivelare notizie utili sull'organizzazione antifascista. Frontero e Renacci raggiunsero quindi le carceri di Marassi e, nel giugno, fecero parte di un gruppo di 59 prigionieri trasferiti da Genova a Fossoli per mezzo di camion. A Fossoli il Renacci venne fucilato ed il Frontero inviato nei Lager in Germania.
Carlo Rubaudo, Storia della Resistenza Imperiese (I Zona Liguria) - Vol. II. Da giugno ad agosto 1944, edito a cura  dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia, Imperia, Dominici Editore, 1992, p. 571

Ettore Renacci, di anni 37, calzolaio, coniugato. Nato il 6 gennaio 1907 a Bordighera (IM) e ivi residente. Convinto antifascista, già all’inizio del 1942 aderì al Comitato di settore del Partito comunista del luogo. Dopo l’8 settembre 1943 operò per organizzare la fuga di soldati sbandati verso la montagna. Insieme a Tommaso Frontero, animatore della sezione locale del PCI, costituì il CLN cittadino. Ettore funse da coordinatore tra questa organizzazione e le formazioni partigiane in montagna. Esponente anche del gruppo filorepubblicano "Italia Nuova", risultava incluso nella lista nera dei fascisti di Bordighera. Ciononostante, il 23 maggio 1944 fu arrestato per caso, in quanto si imbatté sulle scale dell’abitazione di Frontero nei militi giunti per perquisirla. Recluso nelle carceri di Imperia, fu sottoposto a violenti interrogatori durante i quali non rivelò nulla sull’organizzazione clandestina. Destinato alla fucilazione, fu momentaneamente tratto in salvo dall’intervento della Gestapo che lo trasferì, insieme agli altri compagni catturati nel corso della retata, alle prigioni di Marassi nella sezione destinata ai detenuti politici. Dopo nuovi interrogatori questi prigionieri furono tutti inviati all’inizio di giugno 1944 al campo di Fossoli. I suoi compagni furono poi deportati a Mauthausen, mentre Renacci fu fucilato il 12 luglio al poligono di tiro di Cibeno, insieme ad altri 66 internati politici. La condanna fu motivata come rappresaglia per un attentato partigiano compiuto a Genova.
[...]   La strage nazista del 12 luglio 1944 compiuta al poligono di Cibeno presenta ancora molti aspetti oscuri e di difficile lettura. Le ricostruzioni di quell’evento concordano comunque sul fatto che alle vittime, tutti prigionieri politici internati al campo di Fossoli a Carpi (Mo), fu letta la sentenza di condanna a morte, motivata come rappresaglia per un attentato a Genova. Alle 4 del mattino del 12 luglio 1944, 71 prigionieri politici, selezionati la sera prima formalmente per partire per la Germania, furono fatti uscire dalla baracca in cui avevano alloggiato la notte. Renato Carenini fu escluso, Teresio Olivelli riuscì a nascondersi mentre un primo gruppo di 20 prigionieri venne condotto al poligono di tiro. Quando il secondo gruppo di 25 persone giunse al poligono, Mario Fasoli ed Eugenio Jemina si resero conto del pericolo e innescarono una ribellione durante la quale riuscirono a fuggire. I restanti ribelli furono uccisi sul posto dalla guardia russa del campo. Dopodiché i 24 componenti del terzo gruppo partirono dal campo ammanettati per essere fucilati al poligono dove i corpi venivano gettati insieme agli altri in una fossa comune scavata precedentemente da ebrei del campo. 67 furono i prigionieri politici coinvolti nella strage: Achille Andrea, Alagna Vincenzo, Arosio Enrico, Baletti Emilio, Balzarini Bruno, Barbera Giovanni, Bellino Vincenzo, Bertaccini Edo, Bertoni Giovanni, Biagini Primo, Bianchi Carlo, Bona Marcello, Brenna Ferdinando, Broglio Luigi Alberto, Caglio Francesco, Ten. Carioni Emanuele, Carlini Davide, Cavallari Brenno, Celada Ernesto, Ciceri Lino, Cocquio Alfonso Marco, Colombo Antonio, Colombo Bruno, Culin Roberto, Dal Pozzo Manfredo, Dall’Asta Ettore, De Grandi Carlo, Di Pietro Armando, Dolla Enzo, Col. Ferrighi Luigi, Frigerio Luigi, Fugazza Alberto Antonio, Gambacorti Passerini Antonio, Ghelfi Walter, Giovanelli Emanuele, Guarenti Davide, Ingeme Antonio, Kulczycki Sas Jerzj, Lacerra Felice, Lari Pietro, Levrino Michele, Liberti Bruno, Luraghi Luigi, Mancini Renato, Manzi Antonio, Col. Marini Gino, Marsilio Nilo, Martinelli Arturo, Mazzoli Armando, Messa Ernesto, Minonzio Franco, Molari Rino, Montini Gino, Mormino Pietro, Palmero Giuseppe, Col. Panceri Ubaldo, Pasut Arturo, Pompilio Cesare, Pozzoli Mario, Prina Carlo, Renacci Ettore, Gen. Robolotti Giuseppe, Tassinati Corrado, Col. Tirale Napoleone, Trebsé Milan, Vercesi Galileo, Vercesi Luigi.

Lettera di Ettore Renacci alla cognata, scritta in data 11-07-1944
Cara Lina, come già ti dissi domani parto per dove non si sa, ma probabilmente per la Germania, mi raccomando torna subito a casa ed a Mariuccia cerca di dirlo in modo che non si impressioni; se mi sarà possibile scriverò subito in modo di farvi avere mie notizie. State tranquille, fatevi buona compagnia e pensatemi come vi penso io. [...] Come ti ripeto spero di andare in posto da poterci stare bene, sembra che pure gli altri dovranno partire.
Tantissimi baci a Mariuccia e a te un grosso bacio e grazie di quanto hai fatto. Torna subito a casa mi raccomando fatevi coraggio e fate tutto bene.
Tanti saluti e baci alla famiglia telef. a tutti gli amici che spero presto poterli vedere.
Tanti baci a Teresa - Pina - Lucia Mamma che la penso sempre.
Torna subito a casa e state bene, pregate per me e fatevi coraggio.
Baci a tutti
Ettore

Enrica Cavina, Ettore Renacci, Ultime lettere di condannati a morte e di deportati della Resistenza italiana
 
[...] Ettore Renacci viene arrestato per caso, anche se il suo nome era stato segnalato da due delatori ed era quindi nella lista nera: si imbatte sulle scale di casa di Frontero, coi militi che vanno a perquisirne l'abitazione la mattina del 23 maggio 1944.
Tradotto in carcere e brutalmente interrogato, è destinato alla fucilazione coi compagni arrestati nella stessa retata, dopo un sommario processo. Li salva, per il momento, l’intervento della Gestapo che reclama per sé i condannati e li trasferisce al carcere di Marassi, 4a sezione politici, per nuovi interrogatori. Poi, per tutti, Fossoli.
Renacci finisce a Cibeno. Gli altri a Mauthausen, da cui torna vivo solo Frontero.
Nel 1984 fu inviata da Sanremo al sindaco di Carpi una busta con le fotocopie di due lettere scritte da Ettore Renacci a Fossoli. Precisa il biglietto di accompagnamento: "La lettera recante il n. 2 fu lanciata dal Renacci legata ad una pietra attraverso la recinzione, ma ricadde entro il campo stesso, il repubblichino di guardia, che la raccolse, la vendette alla cognata del Renacci <1 cui era destinata, per la somma di Lit, 14.000 dell’epoca, un anno o più di lavoro".
La lettera, senza busta e senza data, è evidentemente l’ultimo messaggio. La cognata Lina, sorella della moglie, era fra i numerosi parenti di internati presenti a Fossoli in quei giorni
[...]
La vedova si fa viva, per noi, solo nel 1997 quando scrive al sindaco di Carpi:
"[...] Nei giorni scorsi venne da me il comandante dei carabinieri locale, perché dalla Spezia avevano richiesto notizie e documenti riguardanti il campo di Fossoli e di tutti quelli che erano stati nel campo. ma di tutto il gruppo numeroso di Bordighera e Ventimiglia i superstiti sono solo due. Tutto quello richiestomi su mio marito Ettore Renacci lo notificai al comandante dei carabinieri
in loco.
Vi ringrazio ma non chiedetemi altro.
Oramai ad 83 anni ho dimenticato
Distinti saluti
Gatto Maria
"
<1 Ettore Renacci, di anni 37, nato il 6 gennaio 1907 a Bordighera, ivi residente, calzolaio, coniugato con Gatto Maria.
Arrestato a Bordighera il 23 maggio 1944, incarcerato prima a Imperia, poi a Genova, quindi trasferito a Fossoli tra il 6 e il 9 giugno, matricola campo 1455.
Il suo corpo, contrassegnato all’esumazione col numero 8, fu riconosciuto dalla cognata Carmelina Gatti e da un conoscente.

Anna Maria Ori, Carla Bianchi Iacono, Metella Montanari, Uomini nomi memoria. Fossoli 12 luglio 1944, Comune di Carpi (MO), Fondazione ex Campo Fossoli, Edizioni APM, 2004

[ndr: nella relazione finale della Commissione parlamentare di inchiesta sulle cause dell’occultamento di fascicoli relativi a crimini nazifascisti di cui alla legge n. 107 del 2003, trasmessa alle Presidenze delle Camere il 9 febbraio 2006, la figura di Ettore Renacci viene ricordata nel seguente modo:  Imputati: Ignoti militari tedeschi - Delitto previsto dagli art. 185, 2° comma, e 211 c.p.m.g. - Parte lesa: Renacci Ettore - ECCIDIO DI FOSSOLI ABBINATO AL FASCICOLI RG 2 - INVIATO ALL’AMBASCIATA DI GERMANIA - Archiviato dal Gip della Procura della Repubblica presso il Tribunale Militare di La Spezia (p. 27 del doc. 86/0)]