mercoledì 7 gennaio 2015

La messa in salvo in Francia del comandante partigiano "Leo" ed altre missioni


L'antefatto riguarda il tentativo di curare, e di salvare dalle mani dei tedeschi, il comandante partigiano Stefano "Leo" Carabalona, ferito gravemente in un agguato, teso dai nazisti a Vallecrosia (IM), ai primi del 1945. Si tratta del già valoroso responsabile di distaccamento - specie durante l'eroica, ancorchè vana, difesa [a questo link un cenno] della Repubblica Partigiana di Pigna (IM) in Val Nervia tra settembre e ottobre 1944 - dell'allora V^ Brigata (da novembre Divisione "Felice Cascione") - e, al momento del citato tragico episodio, responsabile di zona del Servizio di Informazione Militare dei patrioti.

La Pasini mi prese da parte e mi disse che "Leo" si sarebbe potuto salvare; e che se non era morto fino ad allora sarebbe potuto sopravvivere e a quel piìunto avrebbe dovuto subire l'inevitabile interrogatorio dei nazifascisti.
Il pericolo era grave e serio: "Leo" era a conoscenza di importanti particolari della struttura dei servizi di informazione.
Io e Renzo Biancheri, "Rensu u Longu", accompagnammo "Leo" giù per le scale dell'ospedale
[di Bordighera (IM)] e sulla canna della mia bicicletta lo portai a casa di Renzo, dove lo nascondemmo in cantina.
Avvisammo il dr. De Paolis, che si prese cura di "Leo": lo curai con delle flebo che gli iniettavo nelle cosce perché non ero capace di infilare l'ago nel braccio.
All'interno del CLN il fatto suscitò scalpore e innestò una approfondita discussione, che evidenziò la urgente necessità di cautelarsi con le forze alleate della vicina Francia per una maggior collaborazione e soprattutto coordinamento.
Curammo "Leo" come era possibile, ma le sue condizioni permanevano critiche. Con il Gruppo Sbarchi di Vallecrosia predisponemmo una barca per il trasporto in Francia.
Il Gruppo Sbarchi era stato creato dal nostro CLN, che mi incaricò ufficialmente, con tanto di credenziali dell'Alto Comando, di rappresentare la Resistenza Italiana presso il comando alleato e di coordinare le loro azioni alle nostre esigenze.
Alla sera convenuta imbarcammo "Leo" e Luciano "Rosina" Mannini
[n.d.r.: presente al ferimento di  Carabalona, riuscì a portarlo in salvo]; con Renzo "U Longu" iniziammo a remare verso la costa francese. Il dr. De Paolis, viste le condizioni ormai gravi di "Leo", mi aveva incaricato di iniettargli una fiala di adrenalina: con questa adrenalina in corpo "Leo" affrontò il viaggio.
Giungemmo nel porto di Monaco, dove fummo subito presi in consegna dalle sentinelle algerine e portati all'Hotel de Paris, sede del comando francese.
Riuscimmo a far ricoverare "Leo" a Nizza, ma per il resto insistetti non poco per contattare il comando inglese o quello americano, che erano gli autori della missione in Italia di "Leo".
Gli ufficiali francesi erano probabilmente all'oscuro della missione e si manifestavano molto indispettiti del mio silenzio, ma non cedetti malgrado le larvate minacce alternate a gentili blandizie.
Alla fine fu avvisato il comando inglese.
Gli ufficiali inglesi si precipitarono imbufaliti contro i francesi perché avevano commesso una chiara invasione di campo.
Iniziò ufficialmente una più stretta collaborazione tra la Resistenza italiana e le forze alleate.
Al Belgrano, antico palazzo-maniero di Nizza, dove risiedeva il comando interalleato, presentai le mie credenziali e fummo accolti e considerati a tutti gli effetti come "collaboratori", anche se non ancora "alleati".
Facemmo presente anche che il nostro impegno alla lotta della Liberazione dell'Italia era dettato da motivi ideali e non da convenienze personali.
Chiarimmo anche con gli altri agenti italiani, che già operavano con i servizi alleati, in gran parte contrabbandieri ed avventurieri, che non era nostra intenzione rischiare la pelle per fare le spie prezzolate, ancorché dalla parte giusta.
Tutti si dichiararono entusiasti di partecipare alla lotta per la liberazione dell'Italia dai nazifascisti.
Il contributo dei contrabbandieri alla Resistenza fu enorme ed è bene che venga reso pubblico e riconosciuto.
Compito della Resistenza era quello di raccogliere quante più informazioni possibili sul dislocamento e sui movimenti delle forze nazifasciste e sul posizionamento dei campi minati lungo la costa.
I viaggi tra la Francia e Vallecrosia si intensificarono per gli ultimi mesi di guerra, con l'invio di armi ed equipaggiamenti per i partigiani. L'invio di armi era sempre stato un problema. I lanci con i paracadute si dimostravano disastrosi e, quando andavano a buon fine, le armi si rivelavano inadeguate.
Su indicazione di Mario Mascia
[n.d.r.: responsabile del CLN della zona di Sanremo (IM), autore del primo libro sulla Resistenza Imperiese, "L'Epopea dell'Esercito Scalzo"] rappresentai agli alleati con insistenza la necessità che ci venissero fornite armi e munizioni appropriate.
Cercammo inutilmente di convincere gli alleati ad evitare
, in quanto creavano troppi danni alla popolazione civile, i bombardamenti per abbattere i ponti e altri obiettivi militari della zona italiana di frontiera. 
La base operativa per le operazioni era a St. Jean Cap Ferrat nella villa Le Petit Rocher. 
Ricordo il motoscafista francese Cesaro, un pregiudicato francese arruolato per la sua profonda conoscenza della costa e delle correnti. Fregava la benzina e quant'altro, ma insieme a Giulio "Corsaro" Pedretti non sbagliò mai una missione e fu sempre fedele.
Ricordo il pilota Fernand Guyot, ferito con due costole fratturate e trasportato in salvo in Costa Azzurra in barca da Achille "Andrea" Lamberti assieme al colonnello Ross e altri tre, un inglese e due piloti americani.


Renzo "Stienca" Rossi, in GRUPPO SBARCHI VALLECROSIA [Partigiani del mare] < ed. Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia - Comune di Vallecrosia (IM) - Provincia di Imperia - Associazione Culturale "Il Ponte" di Vallecrosia (IM) > di Giuseppe Mac Fiorucci