sabato 7 dicembre 2019

Attacchi partigiani a Briga Marittima

Briga Marittima (La Brigue, Val Roia, dipartimento francese delle Alpi Marittime ) - Fonte: Wikipedia

Interessava al nemico tedesco la linea ferroviaria di Val Roia, che era di facile comunicazione con Piemonte e Nizza. Abbandonare la zona significava invitare i partigiani della Liguria ad unirsi con quelli del Piemonte, sempre che i partigiani badogliani accettassero di cooperare con i garibaldini dalla stella rossa.
Vitò [Vittò/Ivano, Giuseppe Vittorio Guglielmo, organizzatore di una delle prime bande partigiane in provincia di Imperia, poi comandante di un Distaccamento della IX^ Brigata d'Assalto Garibaldi "Felice Cascione", dal 7 luglio 1944 comandante della V^ Brigata "Luigi Nuvoloni", dal 19 Dicembre 1944 comandante della II^ Divisione "Felice Cascione"] conosceva bene i luoghi. Li aveva percorsi quando, ancora giovanissimo, tentava di passare in Francia per andare ad arruolarsi con le truppe volontarie che avrebbero combattuto contro Franco in difesa della Repubblica Spagnola.
La banda di Vitò tentò qualche azione di disturbo all'inizio della primavera del 1944.
Venne organizzato un attacco a Briga Marittima [La Brigue, dipartimento francese delle Alpi Marittime].
Anche per l'alterigia dei partigiani francesi, che rivendicavano solo loro di poter compiere azioni (almeno le avessero fatte!) nel territorio di loro competenza, i garibaldini procedettero attraverso Cima Marta.
A Briga il gruppetto di fascisti, tutti giovanissimi e di recente leva, presi alla sprovvista, non reagirono all'arrivo dei patrioti e si lasciarono disarmare. Temevano giunta la loro ultima ora.
Vitò parlò loro: "Non temete. Non siamo cattivi.  Abbiamo bisogno delle vostre armi. Ho notato che siete stati intelligenti quando le avete consegnate... salite con noi in montagna, vi accoglieremo con simpatia... vi lasciamo qui nella vostra postazione e non vi facciamo alcun male. Non tentate nessun atto di tradimento. Abbiamo tagliato i fili del telefono e  del telegrafo. Nelle alture qui sopra ho lasciato alcuni miei uomini per vigilarvi. Ci rivedremo presto..."
don Ermando Micheletto *La V^ Brigata d’Assalto Garibaldi “Luigi Nuvoloni” (Dal Diario di Domino nero Ermando Micheletto), Edizioni Micheletto, Taggia (IM), 1975
* ... Don Micheletto per tutta la guerra si adoperò per i partigiani, generalmente in contatto con i gruppi di Vitò, che accompagnò spesso nei loro spostamenti. Esplicherà la sua attività specialmente nell'assistenza e per captare messaggi radio. Giovanni  Strato, Storia della Resistenza Imperiese (I^ zona Liguria) - Vol. I. La Resistenza nella provincia di Imperia dalle origini a metà giugno 1944, Editrice Liguria, Savona, 1976, ristampa del 2005 a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Imperia


A Cima Marta trovano il 4° distaccamento di Tento e di "Marco" [Candido Queirolo] in grande entusiasmo per un'azione fatta poco prima (26 maggio 1944) a Briga Marittima, dove i partigiani avevano catturato una quindicina di militi fascisti, alcuni carabinieri, un cospicuo bottino di armi, munizioni, materiale vario e viveri. Qui appresso si espongono alcuni dettagli sul fatto. In Briga Marittima un gruppo di partigiani è mandato da "Marco" a sorvegliare il capostazione, conosciuto come fascista; il capo del gruppo partigiano, arrivando, trova il capostazione al telefono; il capostazione fugge, lasciando  il microfono aperto; il partigaino si avvicina, prende il microfono; e ode quanto segue: "Si parla da San Dalmazzo di Tenda, dal comando fascista"; poi: "Quanti sono? Sono armati?". Il partigiano intuisce e risponde: "È stato un falso allarme; erano fascisti di ritorno". Un ferroviere lo informa che il capostazione ha telefonato anche ai tedeschi di Breil [sur-Roya]; il partigiano fa nuovamente il numero di Breil e dà lo stesso contro avviso. In questo modo si evita l'attacco e l'azione riesce. Il capostazione corre in bicicletta sulla strada che va dalla stazione al ponte sul fiume; qui due partigiani di pattuglia gli impongono di fermarsi; reagisce, vi è una sparatoria e resta ucciso mentre fugge.
Giovanni Strato, Op. cit.

A giugno 1944 Vitò [ormai in procinto di diventare comandante della V^ Brigata "Luigi Nuvoloni"] ripensò ai fascisti di Briga.
Incaricò Vladimiro [Wladimiro, Angelo Apollonio] e Pagasempre [Arnolfo Ravetti, in seguito Capo di Stato Maggiore della V^ Brigata della II^ Divisione] di andare ad ispezionare il paese...
... Pagasempre era il primo della fila con il compito dell'avanscoperta. Ci fu un falso allarme. Si buttarono a terra. Poi tutti si alzarono, meno Gin, che approfittando della sosta, schiacciava un pisolino. Venne rimproverato da Serpe [Isidoro Faraldi, in seguito comandante del 1° Distaccamento del II° battaglione "Marco Dino Rossi" della V^ Brigata]. Seguì [un simpatico] battibecco tra i due con Vladimiro a mettere pace...
Gli uomini, dopo ore e ore di marcia, giunsero alla meta. Bisognava impossessarsi della stazione ferroviaria, perché nel pomeriggio, come annunciato da informatori, sarebbe arrivato un carico di viveri. I quattro mulattieri che seguivano si fermarono nascosti con gli animali tra alti cespugli. Essi dovevano caricare il bottino e portarlo al comando.
Fu facile immobilizzare i due soli addetti alla stazione. Occorreva evitare che i fascisti andassero alla stazione.
Pagasempre con 5 uomini bloccò i fascisti nella loro casermetta. Non avevano molte armi. Dal primo incontro con i partigiani comandati da Vitò non erano stati riarmati se non con pistole e due fucili. Erano affamati. I poveretti non osavano andare in montagna. I superiori li consideravano dei vili, perché si erano lasciati diasrmare. Temevano un processo di guerra.
Il treno, formato da due soli vagoni, infine arrivò.
Il macchinista era incaricato della consegna dei pacchi. Sorpreso dai partigiani, non oppose alcuna resistenza. Un partigiano, già addetto in ferrovia, rese la macchina inservibile, manomettendone alcune parti. Vennero tagliati un'altra volta i fili del telfono e del telegrafo.
L'azione riuscì più facile di quanto si fosse pensato.
Il bottino fu piuttosto misero: cinque quintali di riso, scatolame e tanto pane.
I fascisti del caposaldo furono costretti a portare i sacchi verso i muli e a caricarli.
Anche i due della stazione e il macchinista furono trascinati via [per un tratto del cammino di ritorno dei garibaldini] come ostaggi.
Pagasempre lasciò un sacco di riso e qualche scatoletta ai fascisti, dicendo loro: "Vedo che siete affamati più di noi. Vi lasciamo un po' di viveri. Prima però accompagnateci per un pezzo di strada..."
Gin era costretto a fare da guardia ai fascisti...
Qui narra Pagasempre: "Quei disgraziati ci ringraziarono, ma nessuno di loro volle venire con noi... In circa otto uomini tornammo in paese, perché dovevamo avere dei contatti con nostri informatori. Dopo di che tornammo sui nostri passi e riprendemmo la salita verso Cima Marta. Giunti al santuario della Madonna di Fontane... La nostra spedizione non doveva finire bene. Forse non avevamo previsto tutto. Non sapevamo se i fascisti avessero qualche altro mezzo di comunicazione con il loro comando... ci vedemmo piombare addosso due camion di cosacchi. Almeno così credemmo. Non li avevamo sentiti arrivare..."
... Pagasempre e Serpe si erano nascosti insieme... I cosacchi, pensando che i partigiani fossero molti... piazzarono un mortaio di piccola gittata e con questo battevano sistematicamente ogni cespuglio. Pagasempre continuava a sparare per tenere distanti i nazisti...
Pagasempre... "... fui investito da schegge e materiale terroso. Svenni... Ero ferito al braccio sinistro e al collo... Lavai le ferite e mi fasciai come potei con il fazzoletto e con brani della mia camicia... Dei miei compagni più nessuna traccia..."
Pagasempre aveva protetto la ritirata dei compagni...
"Ebbi la fortuna di incontrare a Cima Marta Leo Anfossi, Pavia [medico della V^ Brigata], il nostro medico. Mi prestò cure adeguate..."
Gli uomini del gruppo si erano ritirati ognuno per proprio conto. Mancava, purtroppo, Vladimiro che, preso prigioniero, fu mandato in un campo di concentramento in Germania: comunque si salvò e riuscì a tornare a casa finita la guerra.
Nel bosco con i partigiani erano nascosti anche due giovani che preferivano vivere da soli: furono presi dai nazifascisti, portati a Tenda e fucilati...
don Ermando Micheletto, Op. cit.